Siamo sicuri di essere tutti uguali di fronte alla legge?

 

Com’è noto a tutti, così recita l’articolo 3 della nostra Carta Costituzionale:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Anche ai non addetti ai lavori balza subito agli occhi il fatto che la fonte ispiratrice di tali eccezionali principi di vita, prima ancora che giuridici, sia stata la Rivoluzione Francese del 1789. Nell’articolo 3, infatti, sono sintetizzati i precetti contenuti nel motto ispiratore Liberté, egalité, fraternité. L’articolo si ispira soprattutto ai valori illuministi e si rifà a un concetto introdotto per la prima volta nelle costituzioni ottocentesche. La divisione in due commi denota l’arguzia e la profondità di pensiero – ahimè, oggi rari –, dei nostri Padri Costituenti, che in buona sostanza hanno operato una distinzione tra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale.

La prima sancisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, mettendo in evidenza le caratteristiche che sono alla base della maggior parte delle discriminazioni. L’interpretazione è concorde, tuttavia, nel ritenere che trattamenti differenziati possono essere permessi solo quando servono ad evitare situazioni penalizzanti per certe categorie di cittadini. In pratica, si possono utilizzare i trattamenti differenziati nel momento in cui, facendo diversamente, si determinerebbero gravi discriminazioni.

L’uguaglianza sostanziale prevede che lo Stato si impegni attivamente dal punto di vista politico, economico e sociale per eliminare queste discriminazioni. Purtroppo, oggi, questo secondo comma appare una chimera, in quanto, pur sancendo l’uguaglianza di fatto dei cittadini, per realizzare ciò esso delega alle Istituzione dello Stato il compito di crearne le condizioni.

Non mi pare che, oggi, le Istituzioni facciano granchè per favorire il “pieno sviluppo della persona umana”, onde garantire detta uguaglianza. Siamo decisamente lontani, infatti, dagli standard americani. Rammento, infatti, che la famosa formula della “ricerca della felicità” contenuta nella Dichiarazione d’indipendenza americana, che prescrive l’obbligo per lo Stato di impegnarsi perché tutti i suoi cittadini abbiano la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni, in Italia si concretizza solo a parole.

Se, però, tale uguaglianza è solo presunta in campo socio-culturale e lavorativo, essa risulta quasi inesistente in campo giudiziario. Infatti, appunto perché il giudice è libero nel considerare i fatti che gli vengono esposti, egli è anche libero nella interpretatio juris, e soprattutto nella sua applicazione al caso concreto; ecco quindi che tale uguaglianza sbiadisce sempre di più. Tali libertà, tuttavia, dovrebbero essere accompagnate dal buon senso caratterizzante il comportamento e gli atteggiamenti del bonus pater familias. Nello specifico rilevo quanto di seguito.

Ci hanno raccontato, molti anni addietro, che al tempo del colonialismo, nei tribunali africani il “memento” raffigurato nello scranno delle aule poteva essere il seguente: “La legge è uguale per tutti gli uguali”: frase che da sola costituiva una summa ideologica di razzismo, in quanto i cosiddetti uguali sarebbero stati i bianchi colonizzatori e i non uguali i neri autoctoni.

Oggi il fenomeno sembra essersi ribaltato. Nello specifico, sembra proprio che gli uguali siano altri soggetti e i non uguali gli italiani. Cito, per essere più chiari, alcuni esempi di decisioni che hanno destato scalpore in Europa.

1) In Italia

Vediamo una decisione della Corte d’Appello di Ancona, fortunatamente riformata dalla Suprema Corte di Cassazione, che poco tempo addietro ha letteralmente indignato.

Nello specifico, i tre componenti giudicanti (tre donne) della corte d’Appello di Ancona hanno assolto dall’accusa di violenza sessuale su una ventiduenne peruviana due giovani, già condannati in prima istanza, in quanto “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo ‘Vikingo‘ con allusione a una personalità tutt’altro che femminile quanto piuttosto mascolina…Come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”: motivazione gravissima, che ovviamente ha fatto discutere.

Le giudici, infatti, hanno definito la ragazza come “la scaltra peruviana” in quanto, verosimilmente consapevole della propria mascolinità e della propria poca avvenenza, potrebbe aver addirittura provocato l’accadimento. La conclusione della sentenza, infatti, ipotizza che

in definitiva, non è possibile escludere che sia stata proprio …omissis… a organizzare la nottata ‘goliardica’, trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri per poi iniziare a provocare …omissis… (al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di ‘Vikingo’, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare) inducendolo ad avere rapporti sessuali per una sorta di sfida”.

2)   In Francia

La Corte d’Assiste della Manche ha assolto un immigrato autore di uno stupro perché i suoi “codici culturali” non gli avrebbero permesso di capire che non si può e non si deve abusare sessualmente di una ragazza, soprattutto se minorenne. Secondo il giornale Le Figaro, infatti, a prevalere è stata la tesi difensiva dell’avvocato che, assolvendo al suo dovere istituzionale, è riuscito a far liberare il proprio assistito. Il professionista, in poche parole, sarebbe riuscito a convincere il presidente della Corte sul fatto che non c’erano elementi sufficienti per accertare i requisiti necessari (“costrizione, minaccia e sorpresa”) che secondo le leggi francesi contraddistinguono una violenza sessuale. In poche parole, il legale è riuscito a dimostrare che, essendo bengalese, l’autore del fatto non avrebbe posseduto i cosiddetti “codici culturali” per valutare la mancanza di consenso della giovane vittima.

La decisione appare oltretutto aberrante se si considera che la vittima in questione era una ragazzina di quindici anni e che l’aggressore fosse un uomo che aveva già collezionato precedenti per aggressione sessuale ai danni di minori; e risulta ancora più grave se si considera che il capitano della polizia, sentito in dibattimento, ebbe a dichiarare che l’immigrato, “considerando le donne francesi come puttane, presentava un comportamento da predatore”. Non solo, ma per i periti citati da Le Figaro il bengalese presentava addirittura una personalità “narcisista ed egocentrica, impregnata della cultura maschilista del suo Paese d’origine, dove le donne sono relegate al ruolo di oggetti sessuali”. E sarebbe stata proprio la “cultura del suo Paese” a salvarlo dalla galera.

3)   In Germania

Lo stupro, come ricostruito dal quotidiano tedesco Die Welt, è avvenuto nell’appartamento di un immigrato ventenne. Non appena l’assistente sociale ha capito le intenzioni del giovane, ha provato a respingerlo spiegandogli di non voler avere un rapporto sessuale con lui. Il siriano è andato in escandescenze e l’ha pestata di brutto. Dopo la prima raffica di botte, la donna in lacrime non ha più opposto resistenza per non finire massacrata dall’aggressore. Durante il processo il pubblico ministero ha chiesto alla vittima se lo stupratore potesse non avere capito che lo stava rifiutando. La risposta della donna (“Potrebbe essere possibile…”) ha fornito un buon assist al giudice, che quindi ha assolto il siriano. Una storia drammatica, appunto, perché, come rileva Die Welt, lo straniero l’ha fatta franca in quanto a detta del magistrato non avrebbe inteso che in Occidente i rapporti tra uomo e donna non sono mai contro la volontà di uno dei due partner: un’ovvietà che per alcune persone non è poi così ovvia.

Orbene, dall’esame delle risultanze dei tre casi giudiziari riportati è facilmente desumibile un concetto e cioè che “non tutti sono uguali di fronte alla legge”, ma lo sono semplicemente coloro i quali appaiono tali per moda, per coercizione, per strategia politica o per altro.

Quali conclusioni possiamo trarre da questi esempi?

Andando di più nello specifico, per capire come il concetto ontologico di uguaglianza non costituisca assolutamente una verità, richiamo alla mente un mio vecchio articolo, nel quale evidenziavo come con il termine “violenza” si debba intendere l’uso della forza da parte di un soggetto al fine di superare comunque un ostacolo reale o supposto (situazione, questa, attualissima) [1]. Storicamente, pare che tale concetto abbia costituito un vero e proprio antagonista a quello di diritto. In verità, no. Possiamo infatti notare come l’uno si sviluppi dall’altro e viceversa.

Non a caso, è noto come “i conflitti di interesse, ideologici, religiosi e d’opinione da sempre si sono risolti mediante l’uso della forza, della violenza. Ebbene, è giocoforza che la potenza di coloro che, vinti i conflitti, risultano vincitori sugli altri, diviene diritto costituito. Ecco che, da concetto antitetico, la violenza si identifica con il diritto (!); e per tale diritto l’azione contraria del soccombente ridiventa violenza…e così via”.

Conseguenza di questa riflessione è che solo il possesso di tale acquisizione (il diritto del vincitore) rende uguali di fronte alla legge, mentre i soccombenti non appaiono tali e viceversa…per l’alternanza dei ruoli (fascisti-antifascisti, razzisti-antirazzisti, comunisti-anticomunisti, credenti-non credenti…e così di seguito). Oggi più che mai, il reiterarsi continuo e sistematico dell’alternanza di ruoli sociali evidenzia la diseguaglianza, più che l’uguaglianza degli stessi.

In buona sostanza, il precetto di cui all’art. 3 della Costituzione, oggi più che mai, esprime soltanto una…speranza.

Gioacchino Nicotri

[1] Gioacchino Nicotri, Aspetti psico-sociologici sull’etimo motivazionale della violenza, in “Palermo Scuola” n. 2, 4 maggio 1990.

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