Intervista a Renato Testa autore di “La malafede”

 

 

Com’è nato questo libro? Cosa ti ha spinto a scriverlo?

Il mio ateismo è nato nell’età dell’adolescenza, quando frequentavo il ginnasio in una scuola di preti, il “Sacro Cuore” di Roma, retto dai salesiani, dove si ascoltava la messa ogni giorno prima di incominciare le lezioni. Mi piaceva apprendere, studiare ed ero interessato a tutte le materie. Anche alla religione, che lì si studiava seriamente. Fu proprio approfondendo le tematiche religiose con l’entusiasmo e l’audacia di chi si apre per la prima volta al pensiero critico-razionale che incominciai a nutrire i primi dubbi. Ne parlavo con un mio carissimo amico di allora e insieme, ragionando con passione e lucidità, approdammo all’ateismo.

All’università mi iscrissi alla facoltà di Lettere e Filosofia della “Sapienza” di Roma e grazie agli studi storico-filosofici il mio ateismo mise radici sempre più solide e robuste. Mi resi conto che, a partire dal secolo dei Lumi, quasi tutti i maggiori pensatori erano atei o agnostici o almeno rifiutavano il dio personale delle religioni positive. Imparai da Hume e Kant la critica delle prove tradizionali dell’esistenza di dio, capii con Schopenhauer che “o si pensa o si crede”, con Feuerbach che Dio è una creazione dell’uomo, con Marx che la religione è l’oppio dei popoli, con Nietzsche che Dio è morto. Mi resi conto della frattura storica tra Medioevo teocentrico ed età moderna antropocentrica.

Dopo l’università ho insegnato con passione tutta la vita e l’ateismo è diventato per me, grazie a letture, incontri, meditazioni, un convincimento sempre più ovvio e sicuro. Quando sono andato in pensione questo mio convincimento è diventato il libro di cui stiamo parlando. Un “mattone” di 474 pagine, poiché racchiude la ricerca e le riflessioni di tutta una vita, ma di facile e gradevole lettura, come testimoniano le persone che l’hanno letto, perché scritto in stile scorrevole e brioso.

Cosa mi ha spinto a scriverlo? Mi rifaccio alle parole di papa Francesco: “Ognuno ha non solo la libertà e il diritto ma anche l’obbligo di dire ciò che pensa per aiutare il bene comune”. In questo libro dico ciò che penso, ciò che per me è vero e in questo modo ritengo, nel mio piccolo, di contribuire al bene comune aiutando gli uomini a liberarsi da una visione mistificata della realtà, da falsità, precetti, sensi di colpa, arcaiche superstizioni perché possano vivere un’esistenza più autentica, più serena e felice.

Perché sostieni una tesi così netta e drastica, un ateismo radicale, intransigente, “senza se e senza ma”, come tu stesso dici? Non temi in questo modo di offendere la sensibilità di milioni di credenti?

Ho già detto che il mio ateismo ha radici antiche e fondamenta solide. Peraltro so bene che non esiste una verità assoluta, che ogni affermazione è valida fino a prova contraria; condivido l’opinione di Richard Dawkins che “la ragione da sola non può spingere alla convinzione assoluta che una cosa non esiste”. Queste cose le so benissimo. Ma, ciò premesso, dico che non credo a dio allo stesso modo che non credo alle fate, agli gnomi, ai vampiri. Quando mi porteranno davanti un asino che vola ci crederò. Ora no, non posso farlo, né nutro troppi dubbi sulla sua inesistenza. Lo stesso vale anche per Dio. Questo è il senso del mio ateismo “senza se e senza ma”. Nessun dogmatismo, solo un fermo convincimento razionale.

In Italia domina la religione cattolica e contro questa ho soprattutto appuntato i miei strali critici, a volta ironici, a volte anche sarcastici e irridenti. Che vuole? Ai miei occhi il cristianesimo appare come un mito arcaico, che è nato e si è diffuso in tempi remoti dominati dall’ignoranza, dalla credulità, dalla superstizione, quando la gente credeva ancora a Giove e Minerva, a Dioniso e Osiride, a Marte e Mitra, quando gli imperatori venivano divinizzati… e quando fu divinizzato anche un profeta apocalittico ebreo di nome Gesù giustiziato dai romani in Palestina.

In questo modo offendo la sensibilità dei credenti? Rispondo con le parole di Caterina Caselli: “La verità ti fa male, lo so”. Ci sono due modi di atteggiarsi di fronte alle nuove verità: quello di Socrate, il quale è felice di mutare opinione perché si libera di un errore e acquista una verità, e quello di chi si chiude a riccio, recalcitra e rifiuta di abbandonare l’antico errore. Il secondo è umanamente comprensibile, ma poco razionale e in ultima analisi dannoso.

Quanto a me, posso dire che la mia sensibilità e la mia ragione, sono gravemente offese, meglio, sono sconcertate dal dover constatare che milioni e milioni e milioni di persone credono ancora a favole puerili la cui falsità è stata dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio.

A questo punto, ti chiedo su quali argomenti fondi la tua critica al cristianesimo

Per forza di cose dovrò essere sintetico. Principalmente su tre argomenti. Ma prima di esporli devo fare una premessa fondamentale. Dio è per definizione il Perfettissimo, è perciò infinito, eterno, immutabile, onnipotente, onnisciente, infinitamente buono e giusto… ed è il creatore e signore dell’universo. Di più: come compiaciuti ripetono spesso i credenti, “Dio è amore”. Questa premessa bisogna tenerla sempre presente se si vuole capire il filo dei miei ragionamenti.

Problema del male. Abbiamo detto che dio è onnipotente, onnisciente, infinitamente buono, e allora – sorge spontanea la domanda – perché c’è il male nel mondo? Perché ci sono malattie, disgrazie, calamità, carestie, epidemie, povertà, ingiustizie, guerre, massacri? Si dirà: per colpa dell’uomo che pecca. Ma perché allora anche gli innocenti, i bambini, gli animali soffrono e muoiono? Che le cose sarebbero andate così Dio lo sapeva da sempre – è onnisciente –, perché allora si è ostinato a creare questo mondo? Perché tollera tutto questo male? Egli è onnipotente, con una sola parola potrebbe eliminare tutto il male del mondo, perché non lo fa?

Non contento, a beneficio dei suoi figli prediletti, Dio ha creato pure l’inferno: pene terribili per l’eternità! E all’inferno è destinata la maggior parte degli uomini. “Molti sono i chiamati, pochi gli eletti”, sta scritto nel Vangelo. Egli inoltre continua a creare miliardi e miliardi di anime che sa – è onnisciente – inesorabilmente destinate all’inferno. Perché lo fa? Per amore?

La rivelazione. La Chiesa fonda la sua autorità sul possesso della rivelazione divina contenuta nella Bibbia. Si accredita come maestra e salvatrice dell’umanità perché possiede, dice, la Parola di Dio. Solennemente afferma: “Dio è l’Autore della Sacra Scrittura” che perciò è inerrante, assolutamente vera e priva di errori in tutte le sue parti. Questo è ciò che per secoli ha creduto e insegnato Santa Madre Chiesa, anche se adesso pare che ami non farlo sapere in giro.

Papa Leone XIII affermò nell’enciclica Providentissimus Deus che tutti i libri della Bibbia, in quanto ispirati da dio, non possono contenere nessun errore, anche minimo, perché Dio, somma verità, non può essere nel modo più assoluto autore di alcun errore. E le sue affermazioni sono state confermate e ribadite dalle encicliche dei papi Benedetto XV e Pio XII.

Sta di fatto però che la Bibbia pullula di errori e orrori, sciocchezze e sconcezze, falsità, assurdità, contraddizioni. Basta prendersi la briga di aprirla e leggerla per rendersi conto che non può essere un testo divino, bensì umano, troppo umano. Nel mio libro mi sono divertito a riportare e commentare alcuni brani – ma ce ne sono tanti altri – che, se fosse stato Dio a scriverli o ad ispirarli, dovrebbe correre a nascondersi per la vergogna. O peggio. Come si fa ancora oggi a dire che Dio è l’autore della Sacra Scrittura?

Il mito cristiano. Tutti i credenti sanno, o dovrebbero sapere, che a causa del peccato originale commesso da Adamo tutta l’umanità è stata condannata alla dannazione eterna. Già questa è una cosa pazzesca. Perché Adamo ha mangiato una mela tutti i suoi incolpevoli discendenti sono condannati all’inferno. Per l’eternità. È questa l’infinita giustizia divina?

Poi però, preso forse da uno scrupolo di coscienza, il Padreterno ha deciso di rimediare ed ha mandato sulla terra il suo Figlio unigenito che, grazie al suo sacrificio sulla croce, ha riconciliato l’umanità con il creatore. Anche qui bella giustizia: l’innocente che paga per il colpevole!

Forse perché l’ha sentita ripetere tante volte fin dalla più tenera età il credente medio non si rende conto dell’assurdità di questa storia. Come? L’umanità è stata condannata per aver mangiato il frutto di un albero, ma perdonata per aver ucciso il figlio del proprietario dell’albero!?

Riflettiamo un attimo. Il cristianesimo pretende di essere un monoteismo: Dio è trino (Padre, Figlio e Spirito Santo), ma è pure rigorosamente uno (non mi chieda come ciò sia possibile, nessuno lo sa spiegare: è un mistero). E allora si ha il paradosso che Dio (il Padre) sacrifica se stesso (il Figlio) a se stesso (il Padre) perché sia riparata la gravissima (?) offesa arrecatagli da Adamo! Quel Dio permaloso e vendicativo (il Padre) che aveva sentito come un oltraggio intollerabile alla sua maestà infinita la disobbedienza di Adamo, ora (nella persona del Figlio – ma è sempre l’unico Dio) viene arrestato, schernito, insultato, sputacchiato, flagellato e poi inchiodato e issato sulla croce e allora, proprio per questo, finalmente soddisfatto, perdona l’umanità.

Perché questa storia bislacca, assurda, tragicomica? Non poteva l’Onnipotente risolvere la faccenda semplicemente perdonando Adamo e tutto finiva lì? Chi lo obbligava a pretendere il cruento e ignominioso sacrificio del suo Figlio innocente? Stravaganze divine, misteri della fede!

Che poi… Cristo – si dice – si è sacrificato sulla croce per liberare tutti gli uomini dal male, dalla morte, dal peccato. E noi infatti continuiamo a soffrire, a morire, a peccare. Come se nulla fosse accaduto. Non ci poteva essere redenzione più fallimentare!

Questi argomenti – ma non sono i soli – secondo me e secondo ogni evidenza sono schiaccianti e perciò ripeto con Nietzsche, il quale lo affermò già nel 1888, che oggi è indecente essere cristiani.

Sei critico anche nei confronti dell’etica cristiana, eppure molti, anche tra i non credenti, ammirano la figura di Gesù e apprezzano i suoi insegnamenti morali. Come giustifichi la tua posizione?

Molti confondono l’etica evangelica con la stucchevole melassa buonista che ci propina ogni giorno quel ciarlatano di talento che è papa Francesco. Oppure si limitano ad ascoltare i sermoni domenicali dei celebranti e a tornarsene a casa edificati, magari dopo essersi comunicati. Ma basta aprire personalmente il Vangelo e leggerlo davvero per sentire che lì si suona tutta un’altra musica!

Perdona settanta volte sette. Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori. Non opporti al malvagio. Porgi l’altra guancia. Se uno ti chiama in giudizio per toglierti la tunica, tu lasciagli pure il mantello. Non reclamare la restituzione di ciò che ti è stato tolto. Se uno non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Non lavorate, non vi date da fare pensando al domani, a tutto penserà la Provvidenza divina. Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

Una sfilza di precetti altisonanti, iperbolici – perciò parlo di nobili e sublimi idiozie –  ma in realtà impraticabili. E infatti, tranne qualche folle, il popolo sedicente cristiano non li ha mai presi sul serio. Ha ragione Robert G. Ingersoll: “Se un uomo oggi seguisse gli insegnamenti del Vecchio Testamento, sarebbe un criminale. Se seguisse rigorosamente quelli del Nuovo, sarebbe un pazzo”.

In un capitolo del libro contrapponi nettamente cristianesimo e modernità: puoi spiegare perché?

Il tema è vasto e complesso, impossibile da trattare in poche parole, ma non voglio sottrarmi alla domanda. Mi limiterò a fornire qualche spunto di riflessione.

Il cristianesimo reale ha celebrato il proprio trionfo nell’Alto Medioevo. Sant’Agostino aveva detto: “L’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio genera la città terrena; l’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé genera la città celeste”. Il “disprezzo di sé” fu alla base dell’etica ascetica della rinuncia, del sacrificio, della penitenza, della mortificazione di ogni istinto vitale dominante nei “secoli bui”. L’uomo rinunciava a vivere la sua vita sulla terra al fine di ottenere la beatitudine eterna del paradiso.

A partire però dall’anno Mille le cose di fatto cominciarono a cambiare, ma la morale “ufficiale” rimase a lungo la stessa. La “Divina Commedia” di Dante rispecchia ancora la concezione tradizionale. Egli non ci parla di questo mondo, ma dell’altro mondo, quello veramente importante dell’oltretomba: inferno, purgatorio, paradiso.

I vizi capitali, rappresentati dalle tre fiere che impediscono all’uomo di giungere al “dilettoso monte”, la lonza, il leone e la lupa, sono la lussuria, la superbia, la cupidigia. Ebbene, guardati sotto un’ottica diversa, vediamo che essi sono le molle, i fattori che hanno creato il mondo moderno e che costituiscono i nostri veri valori, quelli che testimoniamo nella vita di tutti i giorni..

La vituperata lussuria diventa ora quella brama di piaceri, di benessere, di felicità che noi tutti avvertiamo e cerchiamo di appagare; la cupidigia è nient’altro che il desiderio di ricchezza, di miglioramento della condizione economica che ognuno cerca di realizzare per sé e per la propria famiglia; la superbia è l’aspirazione ad autorealizzarsi, ad affermarsi, a primeggiare in società e a vivere una vita degna di essere vissuta. A partire dall’Umanesimo il “disprezzo di sé” di Agostino si muta nell’esaltazione della nobiltà e dignità dell’uomo, della grandezza del suo genio e delle sue creazioni.

Cambia soprattutto il paradigma gnoseologico. Gesù dice a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” Credere senza vedere, senza controllare. Affidarsi all’ipse dixit, al “sta scritto”, credere sulla base dell’autorità di chi parla: questo è il fondamento della verità mitico-religiosa.

L’uomo moderno sta invece dalla parte di Tommaso: “se non vedo non credo”. E’ questa infatti la concezione che si afferma con la rivoluzione scientifica, con le “sensate esperienze” e le “certe dimostrazioni” di Galileo e le “idee chiare e distinte” di Cartesio. Ora ciò che conta per la verità è l’evidenza logico-empirica, convincente perché sottoposta a pubblico controllo. La battaglia decisiva sarà combattuta nel processo intentato da Santa Romana Chiesa contro Galileo. Il Libro Sacro contro le osservazioni astronomiche del pisano. Galileo sarà condannato, ma di fatto sarà lui ad uscire vincitore: ora l’eliocentrismo copernicano è di casa anche negli ambienti vaticani.

Un altro capitolo del libro è intitolato “La magia sacramentale”.

Puoi accennare al suo contenuto?

Prendiamo il battesimo. Non mi soffermerò a deplorare la pratica scandalosa del pedobattesimo, col quale il bambino diventa cristiano a sua insaputa e si pretende che acquisti la fede quando ancora non è in grado di intendere e di volere. Uno sconcio che bisognerebbe eliminare al più presto, per il bene stesso della Chiesa (infatti incominciano a fioccare le domande di sbattezzo).

Il battesimo, stando alla dottrina, cancella il peccato originale, rende figli di Dio e membri della Chiesa. Ma con ciò divide l’umanità in due gruppi ben distinti: i battezzati, liberi dal peccato originale, figli di Dio, i “buoni”; e i non battezzati, schiavi di Satana e irrimediabilmente peccatori, i “cattivi”. Se questo non è razzismo spirituale!

La cresima, diceva il vecchio Catechismo di san Pio X, “ci fa perfetti cristiani e soldati di Gesù Cristo” (ora in tempi di antimilitarismo imperante l’ultima cosa non la dice più) e ci elargisce i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio (questi sono confermati). Un acquisto formidabile! Mi domando se qualche volenteroso psicologo cattolico si è mai preso la briga di controllare questo assunto con un’indagine empirica su un campione significativo esaminato prima e dopo l’unzione col sacro crisma. Non dovrebbe essere difficile.

La magia più grande si ha però nell’eucarestia. Quando infatti nella Messa il sacerdote pronuncia la formula magica della consacrazione il pane e il vino si trasformano realmente nel corpo, sangue, anima e divinità di nostro Signore Gesù Cristo. Il dogma dice così. Sull’altare però non succede niente: abbiamo ancora l’ostia e il vino esattamente come prima.

Niente paura. Santa Madre Chiesa assicura e garantisce che dopo la consacrazione non c’è più né pane né vino, ma ne restano solamente le specie o apparenze, senza però la sostanza, che invece è diventata veramente il corpo e sangue di Gesù Cristo, cioè di Dio.

Ciò significa che, quando si comunica, il fedele, ingerendo l’ostia consacrata, si unisce con Dio in persona. Un fatto, a pensarci bene, straordinario, portentoso, sconvolgente, che però di fatto non produce alcun effetto concreto, visibile: si direbbe che l’unica cosa realmente constatabile è la semplice ingestione di un’ostia.

La presenza della modesta reliquia di un santo (un pezzetto del corpo, un lembo della veste, un oggetto d’uso…), l’invocazione al momento giusto del taumaturgo o della madonna appropriata, il pellegrinaggio ad un santuario famoso (basta vedere gli ex voto appesi alle pareti), il diligente espletamento di altre pratiche devote fanno accadere, dicono, numerosi miracoli, e invece l’unione diretta, reale nientemeno che con il corpo, il sangue e l’anima di Dio stesso, il Signore e Padrone dell’universo, Colui che tutto sa e tutto può, non produce alcun effetto, lascia le cose esattamente come prima. Sarò dissacrante, ma a me sorge forte il sospetto che sia tutta un’illusione. E a lei?

Quali sono, secondo te, le ragioni per cui le religioni sono ancora così diffuse nel mondo?

Ne sono state indicate diverse. Ma per me quelle determinanti sono tre, concatenate tra loro. L’uomo è “naturalmente” animista per cui “vede umano” in ogni tipo di cose, dalle formazioni naturali agli oggetti artificiali, dagli animali agli dei. Tutto gli sembra possedere un’anima, consapevolezza, sentimenti, comportamenti simili a quelli dell’uomo. Io lo constato in me stesso: quando litigo col computer che mi fa i dispetti o parlo con la penna che si è nascosta e non si fa trovare o me la prendo col semaforo che non si decide a diventare verde… So bene che il mio comportamento è irrazionale, puerile, ma non posso farci niente, e intanto così scarico la rabbia.

Sul fertile terreno dell’istintivo animismo si inserisce l’indottrinamento infantile. Il bambino crede a Dio e a Babbo Natale per la stessa ragione: perché glielo dicono i grandi. E così accade che se viene messo in una sinagoga diviene di religione ebraica, se è messo in una scuola coranica diviene islamico, se messo in un monastero tibetano diviene buddista, se messo in una parrocchia cattolica diviene cattolico. Assimila insomma la religione della comunità in cui viene educato.

Divenuto grande e raggiunta l’età della ragione non crederà più a Babbo Natale, ma continuerà di solito a credere alle favole religiose che gli sono state raccontate perché le chiese hanno il potere economico, politico, culturale e sociale per far sì che le masse rimangano succubi della menzogna, dell’ignoranza, della superstizione.

Almeno così è stato finora. Ma si spera che le cose possano cambiare grazie alla diffusione del benessere, della conoscenza scientifica e della libertà d’espressione, cui aggiungerei anche internet e la libertà sessuale.

Domanda d’obbligo: a chi consigli la lettura del tuo libro?

A tutti quelli che vogliono confrontarsi razionalmente con il problema religioso. Agli atei convinti, per approfondire e consolidare le loro convinzioni. Agli atei di fatto, per conoscere le ragioni teoriche dell’ateismo. Agli agnostici, perché si rendano conto che ci sono ottimi motivi per affermare che Dio non esiste. Agli indifferenti, per scuotersi dall’ignavia, Ai credenti tiepidi, per affrancarsi dalle ultime superstizioni. E anche ai praticanti, per sentire le ragioni dell’altra parte.

In occasione di questa seconda edizione del libro, hai apportato correzioni, aggiunte o modifiche al testo?

Il testo è rimasto sostanzialmente immutato. Tuttavia, ho aggiunto un titolo a ogni paragrafo, così il lettore può facilmente trovare l’argomento che gli interessa, e ho aggiunto una bibliografia essenziale dei libri che ho direttamente letto e che chi vuole approfondire qualche tematica può utilmente consultare.

Dal punto di vista contenutistico ho aggiunto un breve excursus della storia della Chiesa cattolica per dimostrare che essa, nonostante la millantata assistenza dello Spirito Santo, non è né santa né apostolica. Ma soprattutto ho cercato di spiegare come mai l’uomo sia portato naturalmente all’animismo e al finalismo, per cui in tutte le società arcaiche si ritrova, diversamente declinata, la credenza nel mondo degli spiriti. Ho potuto così riconoscere le tappe della storia “ideal eterna” (Vico) delle religioni: animismo, politeismo, monoteismo; e mi sono ulteriormente convinto che il suo inevitabile punto di approdo sia l’ateismo.

Interessante per il lettore può essere la breve ma puntuale chiosa dedicata all’islam: chi ha sviluppato una critica del Testo Sacro divinamente ispirato non può credere né alla Bibbia né al Corano.

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