Problemi filologici, tra errori e manipolazioni

Problemi filologici, tra errori e manipolazioni

di Mario De Martino

 

Lungi dal presentare un approfondimento accademico, in quest’articolo mi propongo di fare il punto della situazione in merito a ciò che conosciamo – anzi, che non conosciamo – del nostro passato.

La Storia si studia attraverso le fonti. Se per quella contemporanea possiamo affidarci a filmati, fotografie, documenti scritti e, in molti casi, perfino a testimonianze dirette, a poco a poco che procediamo a ritroso nel tempo il passato diventa fumoso e inafferrabile.

Come possiamo essere sicuri che ciò che leggiamo nei libri corrisponda a verità? Monete, affreschi e monumenti possono confermarci che un determinato avvenimento si è davvero verificato, ma per conoscerne i dettagli dobbiamo necessariamente rifarci alla testimonianza di chi, nei tempi antichi, ha deciso di mettere per iscritto la cronaca di quegli stessi eventi.

Non sempre siamo in possesso di fonti contemporanee ai fatti storici; spesso, tali fonti sono posteriori di decenni o di secoli agli avvenimenti di cui sono testimonianza. Altrettanto spesso, sono scritte in modo da esaltare determinati personaggi piuttosto che altri, in una sorta di autocelebrazione: ogni popolo dell’antichità ha sempre provato a magnificare se stesso.

Non possediamo il manoscritto originale del De bello gallico, quello scritto da Giulio Cesare in persona. Non possediamo gli autografi di Lucrezio, Cicerone, Plinio e chi più ne ha più ne metta. Non possediamo alcun originale dantesco e nemmeno conosciamo la firma del Sommo Poeta.

Molte opere del passato ci sono pervenute esclusivamente attraverso delle copie. Anzi, attraverso copie di copie, quasi sempre medievali.

Errori, sviste, censure e manipolazioni più o meno volontarie non sono mancate. Compito del filologo è effettuare un restauro e cercare di restituire ai fruitori il testo nella versione il più vicino possibile all’ultima volontà del suo autore.

 

A metà Ottocento, il filologo tedesco Karl Lachmann elaborò un metodo finalizzato alla pubblicazione di un’edizione critica, ossia di un testo mirante a stabilire la forma originale dell’opera cui si riferisce (o comunque quanto più vicina possibile alla volontà dell’autore).

Per cominciare, occorre individuare le fonti, ossia i manoscritti che ci hanno tramandato una determinata opera. Tali fonti possono essere dirette (copie dell’opera) o indirette (traduzioni, citazioni, ecc.).

Individuati i cosiddetti testimoni, si passa alla recensio, ossia alla raccolta e al confronto. Tale confronto è detto collazione.

Lo scopo del filologo è quello di individuare gli errori. Beninteso, non qualsiasi tipo di errore bensì quelli significativi:

  • Congiuntivi: se uno stesso errore si trova in due manoscritti ed è improbabile che il copista di uno dei due ne sia incappato in maniera indipendente dall’altro;
  • Separativi: se un errore si trova in un manoscritto e non in un altro; è detto separativo se è improbabile che il copista del manoscritto che ne è privo lo abbia corretto per congettura.

Rispetto al passato, il filologo del ventunesimo secolo può adoperare strumenti informatici e scansioni, del tutto assenti nell’Ottocento. A quell’epoca, infatti, per effettuare un lavoro rigoroso occorreva recarsi fisicamente in ogni singolo archivio o biblioteca. In ogni caso, consultare un testo de visu è, ancora oggi, la scelta migliore.

Gli errori individuati permettono di stabilire i rapporti tra i manoscritti, così da tracciare uno stemma codicum, un vero e proprio albero genealogico indicante i rapporti di parentela tra i testimoni.

Spesso occorre supporre l’esistenza di manoscritti non pervenutici; procedendo nell’analisi, si può giungere all’archetipo: il più antico esemplare, distinto dall’originale, da cui discendono tutti i testimoni superstiti di un testo.

Il filologo deve comunque tenere a mente che:

  • Non è detto che un manoscritto più recente sia meno corretto di un altro più antico. È probabile che sia perfino più affidabile, in quanto potrebbe essere la copia di un codice migliore: recentiores non deteriores.
  • Se due manoscritti riportano lezioni diverse, la variante più difficile ha più probabilità di essere corretta. Questo perché i copisti tendevano a semplificare le cose che non capivano durante il processo di copiatura.

Come pervenire a un testo contenente le lezioni (probabilmente) uscite dalla penna del loro autore? Basta osservare i diversi rami o famiglie dello stemma. La lezione presente nel maggior numero di famiglie (e non nel maggior numero di manoscritti) è quella da considerare verosimilmente corretta.

 

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Il metodo di Lachmann – gli accademici perdoneranno la suddetta semplificazione all’osso –, non è stato esente da critiche e non costituisce nemmeno l’unica strada praticabile. Non è il caso, però, di addentrarsi in disquisizioni filologiche più complesse.

Piuttosto, si sarà compreso quanto i testi del passato siano spesso il frutto di un lavoro di restauro difficile e faticoso.

Secondo il filologo Henry Bardon (1910-2003), su poco meno di ottocento autori latini a noi noti, circa trecento non sono altro che semplici nomi persi nel mare magnum della letteratura antica. Addirittura, soltanto di 144 autori siamo in possesso di una o più opere complete. Degli autori latini dell’età antica non possediamo né autografi né copie contemporanee: il più antico manoscritto del De bello gallico risale al IX secolo (più di ottocento anni dalla morte del suo autore), tanto per fare un esempio.

Si potrebbe proporre un discorso analogo per la Bibbia, i cui testi sono frutto della mano di autori a noi sconosciuti, più volte “riveduti e corretti” nel corso dei secoli.

Cosa ancora più sorprendente (ma non per il filologo), è il fatto che si possa estendere il problema alle opere storiografiche: quanto della Storia è stato inventato, attraverso una (accidentale? Programmata?) manipolazione dei testi antichi?

Ma, soprattutto, perché lo si è fatto?

 

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