Intervista a Gioacchino Nicotri

1. C’è qualche ragione particolare per cui hai voluto scrivere questo libro?

Quando si giunge alla mia età, mal si sopportano l’ipocrisia, l’arroganza e la presunzione. Orbene, sin da bambino mi è stata presentata una chiesa a livello sovrastrutturale, intendendo con ciò una realtà al di sopra delle parti, veramente “madre di spiritualità”, dispensatrice di sani precetti. Crescendo, invece, ho scoperto che esiste un’altra chiesa: quella a livello strutturale, cioè quella che dovrebbe essere costituita dal popolo, ma che in verità è fatta soltanto dagli “addetti ai lavori” il cui comportamento è l’antitesi di quello precettato dai vangeli. Per essere più precisi, ho capito che la seconda si serve della prima per indurre le masse a comportamenti controllati che costituiscono lo zoccolo duro di quel potere che hanno saputo costruire e gestire in 1700 anni di storia. In realtà la seconda è l’antitesi della prima. Ecco, la consapevolezza di tutto ciò mi ha sollecitato a mettere per iscritto le mie delusioni.

2. Nel libro non ti occupi dei soliti argomenti “scontati” che si legano alla violenza della chiesa, quali ad esempio le crociate e l’inquisizione, ma affronti il tema della violenza cattolica sotto altri punti di vista. Puoi spiegarci meglio?

Leggendo e studiando i testi cosiddetti sacri, osservando le proibizioni che la chiesa imponeva alle masse circa l’accesso a tali testi (concili di Tolosa del 1229 e Terragona del 1234 e successivi), mi sono incuriosito e ho cercato di capire le motivazioni che spingevano a emanare tali proibizioni. Ho capito che il tutto nasceva dal semplice fatto che una categoria di uomini, piuttosto furba e priva di scrupoli, quasi anticipando quelle tecniche di psicologia delle masse utilizzate soprattutto dai dittatori, avevano compreso che l’ignoranza della massa, venendo manipolata adeguatamente a mezzo di terrore derivante dalla minaccia di inventate pene eterne, costituiva il presupposto per un facile arricchimento. Ovviamente ho capito che le regole servivano solo per noi, mentre la libertinaggine in tutti i campi (sessuale, di dominio, di sopraffazione, di imposizione, di appropriazione dell’altrui ricchezza) era loro prerogativa. In buona sostanza, vi era una violenza sottesa da attenzionare: pedofilia, violenza sulle suore, espropriazione di anziani mentalmente indeboliti, sfrenata espressione sessuale, utilizzo di stupefacenti, riciclaggio di denaro, abuso di santificazione di soggetti criminali, eccetera.

3. Nel testo dedichi largo spazio al problema degli abusi sessuali commessi dal clero su minori. Da avvocato, qual è il tuo punto di vista?

Questo è l’argomento più delicato e inverosimile, in quanto molti clericali, profittando dell’incapacità giuridica e psichica dei minori, nonché dell’autorevole ruolo rivestito, infliggono alle vittime traumi di natura psicosessuale che li segneranno per tutta la vita.
Orbene, il nostro codice penale (artt. 609 bis, 609 ter, 609 quater) punisce severamente gli autori di tali gravi reati. Viceversa la chiesa considera tali comportamenti dei prelati alla stregua di peccati (sesto comandamento) e si preoccupa soltanto di “curare” il disagio dei propri sacerdoti con percorsi di ravvedimento e di recupero spirituale, negando ai vescovi la possibilità di denunciare i reati all’Autorità Giudiziaria ordinaria. La magistratura, peraltro, quasi sempre viene a conoscenza dei fatti soltanto anni dopo, a prescrizione maturata, a causa delle
denunce/querele tardive di familiari o delle vittime stesse, o perché i vescovi non denunciano in base al divieto espresso da Giovanni Paolo II, fatto santo.

4. Nel libro ti occupi ampiamente di figure come quelle di Giovanni Paolo II, madre Teresa di Calcutta e padre Pio. In che modo li leghi al tema “chiesa violenta”?

Il primo in quanto accettava consapevolmente l’allegra gestione dello IOR da parte di Paul Marcinkus, coinvolto in affari finanziari tutt’altro che leciti con Sindona, Calvi e la crema delle organizzazioni criminali e dei politici corrotti e privi di scrupoli, nonché per provvedimenti che prendeva non certo nella qualità di pastore di anime.
Il secondo perché, in quanto disturbato psichiatrico (è il dottor padre Gemelli, medico legale e psichiatra della santa sede a certificarne la grave psicopatia con deliri mistici), si automutilava infliggendosi le stimmate (fachirismo) e alimentandole e aggravandole con applicazioni di acido fenico fornitogli da un farmacista reo confesso; tali piaghe, inoltre, sorgevano anche per processi di somatizzazione psichiatrica.
La terza perché, tutt’altro che credente (come essa stessa aveva dichiarato, prima di morire), utilizzava le donazioni per convogliarle in Vaticano piuttosto che per curare povertà e malattie in India. Orbene, dai comportamenti appena accennati, si può facilmente evincere un chiaro collegamento alla chiesa violenta. Essi hanno violentato la fiducia dei credenti, millantando miracoli inesistenti e supposte opere di bene; il tutto al solo fine di spillare quattrini, distraendoli per altri fini.

5. Soffermandoci ancora su questi personaggi, secondo te com’è possibile che anche nell’era dell’informazione la chiesa riesca a fare passare per santi certi personaggi?

Da quando il neonato cristianesimo divenne religione di stato grazie a Costantino (325) e Teodosio (380), vennero bandite tutte le divinità precedenti e il popolo ne denunciò da subito la mancanza, soprattutto perché ognuna di esse risultava essere la soluzione di un problema (ad esempio: per i problemi di amore vi era Venere, per quelli di guerra vi era Marte, e così via). In sostituzione a essi e per evitare tumulti popolari, attraverso vari concili e grazie a provvedimenti pontifici, vennero e vengono tuttora innalzati agli onori degli altari personaggi di dubbia reputazione, o addirittura inventati in quanto mai esistiti, o rarissimamente perchè veramente degni (pochi casi, in verità). Il tutto, sempre per battere cassa, in quanto i cosiddetti fedeli, illudendosi che la risposta a certi desiderata fosse opera del santo, elargivano donazioni in denaro o in beni di tutti i tipi, senza batter ciglio. La scelta dei santi ovviamente veniva e viene operata dalla chiesa in quanto intelligente osservatrice di esigenze popolari, di conoscenza di personaggi (magari locali) che calzassero ad hoc, ma sempre dietro pagamento dei costi del processo relativo. Ancora oggi la non conoscenza dei testi e il delegare alla chiesa l’autorità a presentare il divino, fa sì che l’ambito religioso non venga compromesso dal mondo informatico.

6. “Chiesa violenta” contiene anche un capitolo sulla vita libertina di certi papi: come si inserisce quest’aspetto nel tema della violenza religiosa?

Il grado di libertinaggine e di depravazione raggiunto (storicamente documentato) da molti pontefici, cardinali e prelati, messo in contrapposizione alle privazioni, inibizioni e divieti dagli stessi imposti alle masse, costituisce per me il massimo della violenza. Il detto popolare “fai quel che predico io, ma non quello che faccio io” sintetizza magistralmente il tutto.

7. Chi dovrebbe leggere il tuo libro e perché?

Questa domanda mi mette in serio imbarazzo. Tuttavia cercherò di rispondere egualmente. Intanto i curiosi, in quanto finalmente, visti i cenni storici avvalorati da fonti attendibili, potrebbero acquisire consapevolezza sul fatto di essere stati manipolati; i credenti, perché capirebbero che la chiesa non è affatto quella madre che parla di Dio, Gesù e altri, ma è quell’associazione che pretende di gestirli a proprio uso e consumo. Potrebbe essere l’occasione buona per “ripulire” la propria fede dalle assurde incrostazioni “provocate” dai suoi rappresentanti e finalmente potersi rivolgere a Dio senza l’intermediazione (peraltro abbastanza costosa) dei prelati; i non credenti per raffozzarne la scelta coraggiosa.

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