Gli UFO e il «laboratorio del vuoto»: lo «stupor» oltre e al di là della «capacità negativa»

Gli UFO e il «laboratorio del vuoto»: lo «stupor» oltre e al di là della «capacità negativa»

di Paolo Fiorino

PREMESSA

L’amico di lunga data Giuseppe Verdi, con il quale abbiamo compiuto insieme un lungo percorso nel C.I.S.U. (Centro Italiano Studi Ufologici), mi ha proposto di scrivere qualcosa che tiri le somme – chiaramente dal mio punto di vista – sull’annosa questione di quello che viene comunemente definito “fenomeno UFO”. Nel ringraziarlo per la stima che nutre nei miei riguardi, mi sono reso conto che ben poco avevo da aggiungere a  quanto pubblicato nel 2014 (http://il-laboratorio-delle-anomalie.blogspot.com/2014/05/1-3-maggio-2014-il-laboratorio-del.html). Di fatto – ieri come oggi – più che fare il punto, si può fare un “punto e virgola”. Ho deciso pertanto di partire da qui integrando – strada facendo – quanto scritto all’epoca.

 

CHE FINE HANNO FATTO I “DISCHI VOLANTI”?

Ho iniziato a occuparmi di “dischi volanti” in maniera strutturata nel 1973, ma il mio interesse è antecedente di diversi anni, “ufologo” (si fa per dire) in pantaloncini corti.

Inizialmente convinto della loro provenienza extraterrestre (influenzato anche dai telefilm “UFO Shado”), sono poi transitato a teorie fascinose definite di tipo parafisico, ritenendo che il fenomeno UFO fosse riconducibile a realtà “altre” che interagiscono con noi in una sorta di Cavallo di Troia: non necessariamente visitatori alieni (nell’accezione di extraterrestri, abitanti di altri pianeti), ma un “qualcosa”, una sorta di conglomerato, che è “qui” e si manifesta nel tempo camuffandosi a seconda del contesto storico e culturale, essendo identificato di volta in volta con divinità, con il piccolo popolo (elfi, fate, gnomi, folletti…), con apparizioni religiose (ad esempio le epifanie cosiddette mariane), con gli extraterrestri…

Nel tempo ho sospeso il giudizio ritenendo che il fenomeno UFO, riferito a narrazioni il più delle volte genuine, non possa essere ingabbiato in illazioni di fatto pregiudiziali, in quanto la o le ipotesi esplicative sono probabilmente al di fuori della nostra attuale capacità e portata di comprensione: una sorta di “magia” che esula da ogni processo di razionalizzazione, come un tempo sarebbero state considerate molte scoperte e applicazioni/implicazioni attuali della ricerca tecnologica e scientifica (pensiamo solo al telefono e a internet).

Nonostante queste premesse, talora reputo che “l’immaginazione collettiva è in grado di influire in modo concreto sulla realtà”. Ovvero, “la forza dell’immaginazione, se veicolata e amplificata, è in grado di generare fenomeni reali” (Fabio Guaglione e Maurizio Temporin, “IF. La fondazione immaginaria”, Mondadori, Milano, 2018, pag. 80).

Un coacervo genuino, probabilmente generato da situazioni sia endogene che esogene all’uomo. Non a caso, il mio attuale interesse verte anche su alcuni aspetti di quella che definisco “mitopoiesi ufologica”.

Nel contempo, reputo un ossimoro il fatto che il cosiddetto fenomeno UFO abbia connotazioni anche di natura fisica, e non solo psichica, talora inspiegabili ma reali, anche se di fatto siamo in possesso solo e nient’altro che di narrazioni.

Reputo di conseguenza riduttivo limitarsi a ritenere che “chi crede negli extraterrestri interpreterà come un UFO qualsiasi bagliore nel cielo, mentre un fervente cattolico vedrà la Vergine Maria apparire nelle variazioni del colore o dell’intonaco sul lato di un edificio, o nelle forme che disegnano i rami di un albero” (Gilberto Corbellini, “Nel paese della pseudoscienza. Perché i pregiudizi minacciano la nostra libertà”, Feltrinelli, Milano, 2019, pag. 46), quantunque io sia ben consapevole che non poca casistica può essere considerata tale.

Compito di noi ufologi (e su questa accezione si aprono scenari epistemologici in contraddizione fra di loro) dovrebbe essere, al momento, quello di essere raccoglitori di testimonianze (e non solo a tavolino!), ponendo in atto, quando è il caso, il cosiddetto fact-checking o il debunking, cioè la correzione o lo smascheramento delle informazioni false, vere e proprie strumentali fake news, il più delle volte generate dal più bieco cospirazionismo.

La domanda che molti fra noi si pongono da circa due decenni è: che fine hanno fatto i dischi volanti? Mentre una certa ufologia prevalente si è ormai schierata su teorie esopolitiche, convinta della provenienza extraterrestre del fenomeno UFO al punto da farne una credenza, le narrazioni relative ai dischi volanti sono cessate. Gli incontri ravvicinati si limitano a fenomeni di confine, quali i rapimenti alieni o supposti tali, e negli anni, di fatto – almeno per me -, la casistica si è impoverita di interesse, rasentando troppo spesso la banalità e il ridicolo (si pensi ai post ufo o a tutta una serie di fotografie ritraenti anche gli alieni grigi). I dischi volanti resistono e persistono ormai solo nel design, nella pubblicità, nei gadget, nella fumettistica, nella narrativa per ragazzi, nella moda. Una sorta di nonsenso che tende a soffocare l’impulso alla vitalità della ricerca.

Si tratta di una domanda a cui, apparentemente, non troviamo risposte (si pensi al mitico 1978, una vera e propria fiera dell’assurdo). Il nonsenso è al cuore della narrativa ufologica e delle cosiddette “esperienze UFO”. Nel contempo, però, genera stupore e meraviglia, oserei dire vertigine, tale è la sua incomprensibilità, al punto da indurci e costringerci a un’inesausta ricerca del segreto che tali esperienze racchiudono, a porci di continuo domande, talora apparentemente assurde, come fanno i bambini e, proprio perché non smettiamo di interrogarci neppure con l’età adulta, rischiamo il delirio, la follia, la banalizzazione, di certo la sensazione di interagire con un altrove incomprensibile e irraggiungibile, forse vacuo ed effimero, irreale e nel contempo reale.

Le narrazioni UFO sono di fatto una fede nel linguaggio spinto al suo estremo per superare il limite dell’indicibilità, anzi dell’inconcepibile e nel contempo incomprensibile, perché anche se ci si ostina, la mente non riesce ancora a coglierlo. Il mio augurio è che questo tentativo non rimanga vano, quanto il bisogno di assoluto che – ci piaccia o meno – è proprio dell’uomo e proprio per questo continua ad affascinarci pur nel nostro dichiarato agnosticismo.

Ogni volta che rileggo le narrazioni UFO da me raccolte negli anni (e non sono poche né tantomeno banali), mi percepisco come avvolto e un po’ stordito, quasi avessi spiato da un varco qualcosa che non si sa descrivere, che per un attimo ci ha reso co-testimoni di una dimensione apparentemente ignota del nostro stesso pensiero.

 

IL LABORATORIO DEL VUOTO

Un carabiniere sta per tornare in caserma.

Attraversa con l’auto l’ultimo semaforo verde, è contento della giornata.

A un certo punto sente un botto: bum!

Inchioda, apre la portiera, scende e vede che c’è un cinese a terra con la bocca aperta e gli occhi chiusi. C’è un cinese in coma.

Improvvisamente incomincia a urlare: “Aiuto! Aiuto! Chiamate l’ambulanza per piacere…Avete visto tutti quanti che è passato con il rosso, vero?”.

Intanto giunge l’ambulanza, carica il cinese, lo porta al Pronto Soccorso, da dove poi va a finire in rianimazione. Per sette giorni il povero carabiniere rimane fuori dalla rianimazione aspettando che il cinese riapra gli occhi e racconti la verità. La sera del settimo giorno finalmente il cinese si sveglia e apre gli occhi. Il carabiniere se ne frega della mascherina e del resto, si accosta al cinese e gli dice: “Cine’, cine’, di’ la verità. Di’ a tutti quanti che sei passato con il rosso. Ti prego. Ti scongiuro. Altrimenti sono rovinato!”.

Il cinese, con un filo di voce, gli fa: “In cu uai i ciò”.

Il carabiniere, disperato: “Ma che significa “in cu uai i ciò? Qualcuno conosce il cinese? Nessuno conosce il cinese? No, ridillo bene. Dillo con calma perché non si è capito bene. Dillo con calma”.

Il cinese, con voce più flebile, fa: “In cu uai i ciò”.

“In cu uai i ciò? Non ti ho capito! Dillo un pochino più lento, per favore. Dai, famme capi’”.

E il cinese, con un filino di voce: “In cu uai i ciò”.

Pum! Flette la testa e muore.

Il carabiniere si mette le mani nei capelli: “Oddio, son rovinato! Oddio, son rovinato! Che vorrà dire in cu uai i ciò?”

Esce dall’ospedale. Disperato, si vorrebbe gettare nel fiume. Poi, a un certo punto, da lontano, vede un ristorante cinese. E allora che fa? Si imbuca dentro, si infila nelle cucine, prende il cuoco e gli dice: “Senti un po’, che vuol dire in cu uai i ciò?”.

Il cuoco risponde: “Strana frase!”.

“Strana perché? Che vuol dire, che sono passato con il rosso?”

“Strana frase, perché significa: leva il tuo piede da tubo di mio ossigeno”.

Questa barzelletta – che raccontata dal vivo ha, ovviamente, tutt’altra resa – funge da finale a un film del 2000, “C’era una volta un cinese”, che vede come attori Carlo Verdone e Beppe Fiorello.

Protagonista è il solito povero carabiniere e possiamo dire che si tratti di una parafrasi sulla verità, sulle risposte vere che continuamente ricerchiamo (la “pistola fumante”) senza accorgerci che forse le abbiamo a portata di mano, come il tubo dell’ossigeno sotto i piedi, calpestato e reso non funzionale. Tutti presi come siamo a inseguire le nostre convinzioni, i nostri desideri, le nostre ansie e paure, le nostre attese, le nostre credenze. Quella “realtà” che vorremmo a nostra immagine e somiglianza. Ciò che vorremmo che fosse ma tale non è. Nel contempo la risposta ci sfugge o non ci soddisfa, perché rivolgiamo lo sguardo altrove, verso altro, proiettandone i nostri assoluti, i nostri desideri e i nostri pregiudizi, al punto da non vedere né capire. Limitando la nostra capacità riflessiva e di osservazione, biasimando nel contempo l’apparente incomunicabilità, da cui deriva l’incomprensibilità, che ci attanaglia. Tutti proiettati verso le nostre personali attese e convinzioni. Nebbia che ci avvolge. Anche noi spesso siamo dei poveri ufologi.

Quando ho girato su Facebook le mie riflessioni relative all’accettazione del “vuoto/insaturo” (la “capacità negativa”) – su cui scriverò più avanti -, alcuni ex ufologi compagni di cordata, che si sono fermati al campo base, in riferimento a quanto scritto hanno commentato che pur tollerando la mancanza di senso sono giunti a conclusioni opposte e hanno rinunciato a proseguire nella ricerca e nella raccolta dei dati, ritenendoli privi di qualsivoglia oggettività. Di fatto, una rassegnazione all’inefficacia e all’insondabilità del fenomeno UFO. Mi sovviene alla mente quanto mi disse Igino Gatti, il quale, oltre che militare della nostra Aeronautica e uomo dei Servizi, è stato un apprezzato “ufologo” (il “collegio invisibile” italiano, dai più non conosciuto). Rivedendo il suo passato con nostalgia e nel contempo rivivendo con amarezza l’impotenza del suo percorso, mi invitava caldamente a “lasciare tutto” e a “non perdere inutilmente il mio prezioso tempo”.

Così non è stato e non è.

Scrive Aldo Nove nel suo romanzo dedicato a San Francesco di Assisi Tutta la luce del mondo (Bompiani, 2014): “Nel Medioevo tutto era stupendo. Nel senso che era pieno di stupore. E c’erano i miracoli, e le cose non erano semplici cose, e l’acqua non era acqua solamente, e il cielo era un po’ più del cielo” (pag. 11).

E ancora: “Non era tutto quello che si vedeva reale, e tutto quello che era invece invisibile a volte era più forte di qualunque evidenza. Il Medioevo era spirituale. In ogni cosa c’era qualcos’altro, e rimandava dritto all’universo” (pag. 13).

Stupendo… senso… miracoli… cose che non erano semplici cose… il di più… reale… non reale… visibile e invisibile… lo spirituale… l’evidenza… il qualcos’altro… Ognuna di queste parole rimanda a un’infinità di possibilità e nel contempo può farci percepire il niente, inteso come nulla; un nulla inconsistente o meglio il “vuoto”. O il “tutto”. Dipende dai punti di vista, dal nostro punto di osservazione, faro o torre che sia, con il rischio di diventare demolitori, sfasciacarrozze, credenti all’inverso ma pur sempre tali. Oppure, affabulatori, ingenui o superbi ignoranti pronti a dare tutto per vero, autentico, reale, perché viene meno lo stupore (lo “stupor”) inteso come senso di grande meraviglia che colpisce e lascia attoniti. Da non confondere con lo stupore quale condizione in cui l’individuo appare insensibile agli stimoli e dimostra perdita dell’orientamento, con attività molto limitata. Un po’ come il perdersi nella nebbia in montagna: solo colui al quale è capitato può comprendere lo stato in cui ci si viene a trovare, in cui la calma, se è il caso l’attesa, deve prevalere sull’affanno. Unitamente all’orientamento, che non viene da sé ma si modella e si costruisce. In questo deve consistere il progredire e il perseverare nella conoscenza in qualsiasi ambito di ricerca. Le domande sono tali perché abbiano una risposta, o più risposte. Tutta l’esistenza, a mio modesto avviso, non può quindi fare a meno della “capacità negativa”.

All’epoca mi fece molto riflettere, a questo proposito, quanto scrisse Paolo Berizzi a proposito del cosiddetto “giallo di Brembate” (ovvero l’assassinio della tredicenne Yara Gambirasio) su La Repubblica dell’11 aprile 2014. Il corpo fu ritrovato a Chignolo d’Adda (BG) proprio nei pressi della località (Chignolo d’Isola) dove nel 1973 vi fu un (di fatto non) atterraggio UFO che tanto clamore fece all’epoca (io ero proprio all’inizio del mio interesse per l’argomento).

Non ritenetemi blasfemo: non voglio affatto porre in atto correlazioni fra i due eventi e me ne guarderei bene. Lo spunto è un altro e mi viene dato da quanto dichiarato dall’ uomo (rimasto nell’anonimato) che diede “la caccia all’assassino di Yara”. Anche lui, all’epoca, “ignoto”. Come il presunto assassino che, paradossalmente, si sapeva chi fosse, ma non lo si conosceva: il probabile figlio illegittimo di tale Giuseppe Guerinoni, un autista morto nel 1999 a 61 anni dopo avere “contribuito” alla sua nascita con uno spruzzo contenente qualche spermatozoo giunto all’obiettivo, come si è stabilito tramite analisi comparate del DNA (nell’insieme i test effettuati sono stati ben 18 mila!).

Per ora il figlio è soltanto un topo di laboratorio. La scienza ci ha portati a un punto fermo, e va bene. Ma adesso la palla torna in mano all’uomo. E all’uomo è come se gli avessero detto: “Guarda, cerca, trova, però devi arrangiarti senza le lenti…”.

E ora, se qualcuno (anzi qualcuna) sa, questa è solo la madre, che oggi dovrebbe avere teoricamente una settantina d’anni. Sempre che sia ancora viva.

Abbiamo setacciato interi paesi. Tra gli oltre 15 mila incroci generici ne abbiamo monitorati centinaia appartenenti a donne compatibili con la “cornice”. In tre anni e mezzo abbiamo ricostruito vite, alberi genealogici, deviazioni cercando di non lasciare niente al caso.

In altre parole, i segugi sulle tracce di “Ignoto 1” (che a tutti gli effetti si paventava come personaggio reale) hanno imparato a lavorare al buio, infilato strade nel vuoto (“ogni indagine se ne porta dietro”) e ceduto a “incastri” troppo facili. Poi un bagliore sorge. Traccia di DNA maschile sugli slip di Yara: Gorno, Guerinoni. La svolta è il profilo di un cliente della discoteca “Sabbie-Mobili” di Chignolo d’Isola, 50 metri dal campo dove viene trovato il cadavere della ragazzina. È la “pista di Gorno”. La scienza dice che il nucleo famigliare di Guerinoni (sposato e padre di due figli) non c’entra niente. Balla un figlio illegittimo. Ora la conferma dalle provette: sì. Un figlio fuori dal matrimonio. Fuori anche, forse, dalla consapevolezza del padre. Chi era la mamma? Un’amante? Una prostituta? E lui, il Killer, sapeva di essere figlio di Guerinoni, o lo scoprì solo allora?

Così ragiona l’uomo che partecipava alle indagini coordinate dal pubblico ministero Letizia Ruggeri: Se prima della “svolta” lavoravamo al buio con lenti capaci di illuminare anche il più piccolo particolare, adesso abbiamo davanti uno spiraglio di luce ma, sembra un paradosso, è come se la cronologia ci privasse di quelle lenti. Faremo di tutto per arrivare al killer, ma sappiamo che l’evidenza scientifica, visto lo scenario, rischia di non spostare un granché. Serve davvero un colpo di fortuna.

Commenta il giornalista: “Così il mistero di Brembate torna nelle mani dell’uomo” perché, paradossalmente, del killer si sa tutto tranne il nome. “Prova giudiziaria” e “definitiva conferma scientifica” inutilizzabili. Non a caso si parlava di “illusione della speranza”. E la decisione di riaprire le indagini (il cui costo ha sfiorato i tre milioni di euro) era stata vista come “l’ammissione di un fallimento e un primo segno di resa” al punto che “avevano consegnato la vicenda della ragazza di Brembate a una dimensione quasi metafisica”. Un “lavoro perfetto”, apparentemente “inutile”. Ovvero “un caso risolto” e simultaneamente “irrisolto”. Sappiamo com’è l’assassino, ma non sappiamo chi è (Il Giornale, 11 aprile 2014). I risultati raggiunti diventano una sorta di “aggravante” che “fa sembrare vicina la soluzione di un delitto angosciante per il vuoto che lo circonda ma si rivela invece un’illusione ottica”. E con essi aumenta “la frustrazione di chi si sente così vicino e al tempo stesso così lontano dalla verità”.

“Un lavoro senza precedenti e senza risultati concreti”, dichiarò il genetista Giorgio Portera, consulente della famiglia di Yara. Le indagini si sono dimostrate simili allo sbrogliare un’enorme matassa aggrovigliata tenendo in mano solo uno sfilacciato estremo del filo e proseguono perché l’apparente fallimento “è uno stimolo a riprovare, magari per fallire ancora, e poi riprovare nuovamente. Perché è giusto così” (Corriere della Sera, 11 aprile 2014).

Nel tempo, oggi lo sappiamo, queste ricerche hanno portato gli investigatori a circoscrivere il campo degli indiziati e a giungere al probabile assassino, reo tuttora non confesso, di Yara.

Tale all’epoca era ed è ancora, a mio avviso, lo scenario della ricerca (e purtroppo non ricerca, che è tanta, anzi troppa) ufologica. E io ritengo che ogni arresa e resa debba essere evitata. Proprio perché è giusto così. Al di là dei mitomani, dei ciarlatani, dei creduloni-credenti, dei fratelli dello spazio, dei cospirazionisti, dei documenti anonimi, delle esilaranti (non) prove, della congiura del silenzio (o, meglio, del rumore), dei patti scellerati, della (non) realtà aliena, dell’oltre, delle gole profonde, degli alieni creatori dell’uomo, delle false piste, dell’apparente nulla di fatto, del vacuo, delle tante speranze subito evaporate. Nonostante studi, ricerche e indagini inappropriate, impappinate, ingolfate, svagate e scalcagnate. Inesorabilmente tutte queste operazioni ricordano molto il grottesco modo di dire medico: l’intervento è perfettamente riuscito, il paziente è morto. Lavori validi e intriganti, ma nel contempo inconcludenti. Di qui l’inesorabile accettazione del vuoto insaturo inteso come capacità negativa.

 

LO SPAZIO DEL “NON ANCORA” E LA “CAPACITA’ NEGATIVA”

Ho “scoperto” lo psicanalista britannico Wilfred Bion in maniera casuale, leggendo l’avvincente romanzo “XY” di Sandro Veronesi (Fandango Libri, 2010).

Da quanto finora esposto ne consegue che serve ascolto (che non è solo l’udire), tempo per comprendere, accoglienza discreta e vigile per gli errori: in altre parole, un atteggiamento di fondo connotato da un’autentica apertura alle possibilità del non-ancora.

È il poeta John Keats (1795-1821), al secolo William Hilton, uno dei principali esponenti del romanticismo, che in una lettera datata 21 dicembre 1817 ai fratelli George e Thomas scrive: “Non ebbi una disputa, ma una disquisizione su vari soggetti; parecchie cose si sono biforcate nella mia mente e all’improvviso compresi quali qualità vadano a formare un uomo di successo. Intendo la capacità negativa, cioè quando un uomo sia capace di rimanere in incertezze, misteri, dubbi, senza lasciarsi andare a un’agitata ricerca di fatti e ragioni”.

Ora, nel nostro mondo occidentale razionale e concreto, per l’appunto frutto del positivismo, l’idea di qualcosa di negativo, fosse anche una capacità, è connotata subito con un’alzata di spalle, lasciando l’interlocutore esterrefatto e perplesso. A mio avviso non si tratta tanto di un atteggiamento eccentrico e un po’ strambo, quanto di una proposta piuttosto radicale che vale la pena di focalizzare anche in un poliedrico fenomeno qual è quello ufologico per capire quanto il lavoro di ricerca e analisi possa (ma forse sarebbe meglio dire, debba) essere profondamente trasformativo. Quando parla di “capacità negativa”, lo psicanalista Bion rievoca quanto scritto da John Keats e, riferendosi all’ascolto dei pazienti in analisi (non a caso lavorò a lungo con psicotici gravi) arriva addirittura a parlare di “assenza di pensiero” in modo che le “non risposte” limitino la fuga in una relazione, nel nostro caso con il fenomeno UFO, che nel tempo può risultare estremamente faticosa e frustrante.

In modo analogo, seppure con sfumature differenti, in filosofia Edmund Husserl (1859-1938) parlava di “epochè”, una forma di sospensione del giudizio ovvero di ciò che già sappiamo, quindi il “pre-giudizio”. Questa posizione non è volta all’affermazione del dubbio ontologico degli scettici, bensì alla “messa in parentesi”. In contesto fenomenologico si tratta di un atteggiamento che mira a sospendere il giudizio sulle cose, in modo da permettere ai fenomeni che giungono a nostra conoscenza di essere considerati senza alcuna visione preconcetta come se li si considerasse per la prima volta. In altre parole si tratta di imparare a reggere una sorta di “assenza” (di conoscenza, di chiarezza, di risposte).

Questa capacità tollera la decostruzione del già-saputo per trovarsi di fronte al non-sapere (o non-sapere ancora, nel nostro caso) e sostarvi fino a quando spontaneamente si manifestino nuove possibilità di senso, fino ad allora insospettabili. Questo apre spazi nuovi, in quanto “l’incapacità di tollerare uno spazio vuoto limita la quantità di spazio disponibile”. La capacità negativa, dunque, consente di prestare attenzione ad aspetti e a situazioni che altrimenti resterebbero trascurati. Spesso c’è più da indagare su ciò che viene taciuto o liquidato troppo in fretta come già fin troppo ovvio, sulla zona che tende a restare in ombra, nell’oscurità, su ciò che resta in forma di enigma, ancora senza risposta.

E ancora: questa capacità negativa potenzia quell’agire particolare che nasce dal “vuoto”, dalla perdita di senso e di ordine, e proprio per questo ha la potenzialità di generare nuovi mondi possibili. Una sorta di creatività che nasce dalla capacità di stare produttivamente nel disordine, nella mancanza, nell’insaturo.

Tra i “seven servants” del nostro cercare, individuiamo sei servitori onesti: chi, come, quando, dove, cosa e perché; e un servo che sospende il loro agire. Il settimo servo è appunto la “capacità negativa”, la capacità di mantenersi nell’incertezza nonostante le – a mio avviso supposte – certezze raggiunte: permanere il più a lungo possibile in uno stato mentale insaturo e polisenso (dreamlike, come in sogno), prima di riemergerne verso la realtà e la ragione (Agnese Galotti, Senza memoria e senza desiderio, “Individuazione”, Anno 17°, n. 61, luglio 2008).

Lo stesso cammino esplorativo sulla “capacità negativa”, da un’altra via, stavolta sociologica e politica, lo ha compiuto Roberto Unger, professore brasiliano che ha insegnato ad Harvard. L’angolatura che egli sviluppa è nella direzione del costruire schemi di un pensiero non ancorati a visioni preordinate. Il che, praticamente, a suo avviso consiste nell’aspettare con pazienza (non in maniera apatica o passiva) che si pervenga alla risposta giusta, senza andare nella direzione apparentemente più ovvia o più frequentata (che in ufologia è l’ipotesi extraterrestre). Ciò vuole anche significare sottrarsi alla pressione del risultato a tutti i costi (quale vorrebbe essere, da sempre, la cosiddetta “ufologia strumentale”) e nel contempo schivare la paura di sbagliare (solo chi non fa non sbaglia ma, paradossalmente, potrebbe sbagliare nel non fare), entrambe trappole che ci spingono a perseguire un risultato purchessia (quale per molti è la pubblicazione di uno o più “libri”), dimenticando che la crescita e l’apprendimento vero abitano nel processo, nel continuo esplorare “mondi possibili” anche se all’apparenza “non reali”.

“Si tratta di imparare a restare aperti a quello che si presenta, mantenere una presenza mentale capace di tollerare l’assenza, il vuoto, il non compiuto, coltivare la fiducia che l’informe contenga la forma, sospendere il giudizio e soprattutto il pre-giudizio, sostare nel non-sapere fino a quando si manifestano nuove possibilità di senso, dare attenzione a cose trascurate, alle zone d’ombra, restare produttivamente attenti anche nel disordine, pronti a sostenere il balzo creativo che ne nascerà” (Rosella de Leonibus, Adulti e ragazzi, lo spazio del ‘non ancora’, “Rocca”, n.22, 15 novembre 2013).

La scrittrice Siri Hustvedt, che si è immersa nelle neuroscienze, ha dichiarato: “Il dubbio è ciò che rende possibile la scoperta. Se hai deciso prima del tempo come funzionano le cose, potresti non accorgerti di scoperte sorprendenti relative a fatti che avvengono proprio sotto il tuo naso. Alle mie lettrici e ai miei lettori chiedo elasticità mentale. Devono mettere da parte le loro idee preconcette…” (La Lettura, “Corriere della Sera”, 23 settembre 2018).

Anche nel “caos” c’è un “quid” in attesa di “essere ordinato”.

 

LO “STUPOR” COME ARTE DELL’APPRENDERE

È stata per me una gradita sorpresa ritrovare nel libro di Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema L’arte di stupire (Sperling & Kupfer, 2014, pag. 33) il riferimento alla “capacità negativa”. Conosco e apprezzo Mariano da diversi anni e la sua trascorsa militanza nel CICAP non ha mai obnubilato in lui la sospensione del giudizio nonostante i risultati perseguiti e le “risposte” cui è giunto in diverse roccaforti del cosiddetto mistero. Rifacendosi proprio al poeta John Keats, gli autori scrivono che l’uomo, per essere pienamente autentico, deve sviluppare la “capacità negativa”.

E ancora: “Esortando a un simile atteggiamento, lo scrittore inglese non incoraggiava l’ignoranza, ma esaltava i risultati creativi del mistero: resistere alla tentazione di trovare la scatola giusta e di approdare subito a una risposta consente di esplorare con più attenzione l’immensa rosa di soluzioni possibili, probabili, assurde o inconcepibili, che possono rivelarsi mattoni preziosi per creare qualcosa di nuovo e originale”.

A questo proposito, più volte viene rimarcata l’insostituibile necessità per l’uomo di stupirsi (lo “stupor”) e di meravigliarsi (il “meraviglioso”), da cui nasce il “fascinoso” che da sempre trae a sé l’uomo, tanto più se curioso e aperto. Essa deve portarci a evitare di fuggire al non comprensibile, a ciò che ci sorprende, al “mistero”. Non a caso Flegonte di Tralle, un liberto greco alla corte di Roma, nel raccontare di spettri, mostri, cadaveri rianimati e oscure profezie scrisse un libro – purtroppo solo in parte giunto a noi e di recente riproposto (Einaudi, 2013) – dal titolo Il libro delle meraviglie.

Jostein Gaarder, nel suo romanzo Cosa c’è dietro le stelle? (Mondolibri, 1999) narra la storia di due fratelli gemelli, Lik e Lak, abitanti in un paese “altro” di nome Sukhavati (nel grande Universo sulla pianura di Advaita). Questi (non) bimbi vivono la loro storia dentro una favola (che diventa reale allo stesso modo dei “compagni invisibili” dell’infanzia) e il loro “viaggio” avviene in una sorta di “sfera di cristallo”. Quando irrompono sulla Terra in un paese di nome Bergen, diversi testimoni, fra cui alcuni agenti di polizia, li vedono rientrare nella “sfera” e scomparire con la stessa velocità con cui erano arrivati. Le indagini portano a escludere – non viene specificato né il perché né il come – che si tratti di una “visita dallo spazio” e ritengono che l’episodio abbia qualcosa a che fare con un circo ungherese. Nel tentativo di afferrare l’inesplicabile, così, si dice che la gente aveva assistito a uno spettacolo di magia di cui nessuno era riuscito a scoprire il trucco e che forse erano stati utilizzati raggi laser, sebbene qualcosa di simile fosse successo contemporaneamente anche a New York!

Ecco che cosa scrive, nel merito, l’autore:

“Qualcuno affermava che la sfera di cristallo era un disco volante giunto a Bergen da un altro sistema solare. Nessuno, comunque, era in grado di fornire una spiegazione convincente di quegli strani avvenimenti.

All’inizio, la faccenda occupò tutte le prime pagine dei giornali norvegesi e stranieri. Nei giorni immediatamente successivi arrivarono a Bergen giornalisti e inviati televisivi da tutto il mondo. Ma dato che non succedeva più nulla, la questione cadde presto nel dimenticatoio. Alla fine non ne rimase più traccia, proprio come era accaduto quando Lik e Lak erano scomparsi improvvisamente. Una notizia è infatti qualcosa di nuovo. Non appena comincia a diventare vecchia, perde ogni interesse e diventa una ‘vecchizia’. È davvero un peccato.

Era stato uno spettacolo davvero strano (lo stupore e la meraviglia, NdS) vedere Lik e Lak sospesi nell’aria in una sfera di cristallo a pochi metri da terra, nel bel mezzo del corso. Ma più una cosa è incomprensibile, più in fretta viene cancellata dalla memoria. Non ci piace continuare a rimuginare a lungo su qualcosa che non capiamo. Piuttosto, è meglio dimenticare. Quando non si riesce a dare una risposta a una domanda difficile, le alternative sono due: o si rimane lì con aria ebete, oppure si gira la testa dall’altra parte e si fa finta di non aver sentito la domanda” (pagg. 138-149).

Non può essere e quindi non è. Non è mai stato.

Come più volte ho scritto in questi ultimi anni, il fenomeno UFO è degno di attenzione e rispetto anche se in mano abbiamo prevalentemente “narrazioni”. E, con esse, nonostante il continuo e per noi deludente evolversi delle stesse (i cari vecchi dischi volanti), lo stupore e la meraviglia.

Domande senza risposta.

L’amico Giancarlo D’Alessandro si è occupato di un’interessante osservazione di entità isolata (una di quelle su cui noi, vetero-ufologi, storciamo solitamente il naso).

In breve, ecco il suo “report”:

“Mi sono incontrato con X., testimone dell’IR3 (?) avvenuto in una cittadina del centro Italia. Ieri X. ha incontrato Angelo Ferlicca e Andrea Bovo, che hanno svolto sia l’intervista (con registrazione audio), sia il sopralluogo (con foto). Non ho potuto partecipare, ma X., saputi i miei trascorsi professionali, ci teneva a incontrarmi. Ci siamo sentiti per telefono e ci siamo incontrati in un bar di Viterbo. M. ha 52 anni e abita in una città del centro Italia (per ragioni di privacy omettiamo la sua professione). È sposato ed ha due figli.

Questo il suo racconto.

Il 12.03.14, alle ore 21.30, percorreva con la sua vettura, una Smart con cambio automatico, la strada che dalla località B (dove aveva accompagnato la moglie) porta alla località C.

Aveva da poco superato il paese xy e stava percorrendo un tratto di via buio e con poche abitazioni. Ad un certo punto “sente” o meglio, “crede di sentire” una voce che gli ripete più volte la frase “vai piano”. La voce ha un timbro “femminile” e gli sembra “non naturale” (altre volte la definisce “artificiale, quasi metallica”). Istintivamente spegne l’autoradio pensando a una trasmissione radiofonica o a un’interferenza (è solo in auto e ha i finestrini chiusi). Dopo circa 500 metri vede una “figura” al centro della carreggiata. Rallenta e frena. Ha così modo di osservare, dal finestrino lato guida, un “essere” dalle fattezze “umanoidi”: è alto circa 140 cm, stima fatta avendo come riferimento l’altezza della sua autovettura.

Ha una testa enorme, sproporzionata rispetto al resto del corpo, con due occhi grandi, “senza pupille” e di colore “azzurro-acqua”. Non nota un “naso vero e proprio” bensì due “fori” al suo posto. E non ha una “bocca”, o meglio, non riesce a distinguerla. Lo colpisce il fatto che il corpo sembra da “invertebrato”, cioè ha le spalle “molto strette” con assoluta mancanza di articolazioni tra spalla e braccio e tra braccio e gomito. La porzione di arti superiori che riesce a vedere è comunque sottile. Non riesce a distinguere le mani e gli arti inferiori. Il corpo ha un colore chiaro, che comunque definisce “sul grigio” e non sa distinguere se si tratti di “pelle” o di un indumento attillato tipo una “tuta sportiva come quella degli sciatori”. L’essere lo guarda ed emette un suono acuto tipo “uno strillo come quello delle donne quando hanno paura”. Poi, come se fosse spaventato dalle luci di alcune auto che scendevano in senso opposto (la strada in quel tratto è in salita) scappa velocemente imboccando una stradina, anch’essa in salita, sulla destra della carreggiata, che termina in un bosco.

  1. ha paura e il primo istinto è quello di allontanarsi velocemente dal luogo. Ma l’auto si spegne o è spenta. Questo particolare lo allarma molto: le auto con il cambio automatico rallentano e scalano le marce automaticamente adattando la velocità al percorso (la strada in quel tratto era in salita) e quando si frena il motore resta acceso. Riavvia l’auto e “scappa”. Dopo qualche chilometro e dopo aver riacquistato serenità e il controllo della situazione, ripensando all’accaduto decide di voltarsi indietro e tornare sul luogo. Lo riconosce, accosta, identifica la stradina imboccata dall’ “essere”, non nota niente di strano ma non se la sente di scendere dall’auto, per cui riprende la via verso Viterbo. Rientrato a casa, adesso più incuriosito dall’esperienza che spaventato, decide di contattare qualcuno per cercare di avere un parere su quanto gli è accaduto. Fa una ricerca in rete e decide di contattare il CISU di Viterbo perché vuole incontrare di persona chi è disposto ad ascoltare la sua esperienza.
  2. appare una persona equilibrata, il suo eloquio è sicuro, fluido e ricostruisce i fatti con accuratezza e senza particolare partecipazione emotiva. Mi ha colpito il modo, oserei dire “impeccabile” con il quale ha affrontato le spiegazioni “razionali” possibili. Per prima cosa si è chiesto se poteva aver avuto una allucinazione, sia uditiva che visiva. Mi ha fatto molte domande in merito (e credo di avergli risposto in modo esaustivo). Poi ha ipotizzato che il volto visto potesse essere il riflesso del suo viso sul vetro del finestrino. Ha anche pensato a uno scherzo, anche se il presunto autore “doveva essere per forza un ragazzino”, viste le dimensioni dell’“essere”. È arrivato pure a pensare che qualcuno, sempre per scherzo, gli abbia “proiettato” l’immagine dell’entità con qualche strumento ottico. Ha pure preso in considerazione il suo stato psico-fisico. Non è un bevitore abituale (poco vino ai pasti e niente superalcolici). Non usa sostanze stupefacenti. Non assume farmaci. Al momento dell’avvistamento della creatura non era né stanco né assonnato, non era stressato e guidava con attenzione. C’è poi la percezione uditiva della voce “femminile”. A questo proposito ha anche valutato un’ipotesi “paranormale”. Ricorda di avere letto di persone che sono state avvisate di un pericolo imminente da “voci” di familiari defunti o di entità angeliche. Ma nel suo caso ammette che la voce da lui udita, pur avendo un timbro femminile, non gli era assolutamente familiare (sua madre è deceduta quando lui era molto piccolo) e aveva poi quella componente “metallica” o “artificiale” come l’ha lui stesso definita. Più ci pensa e più è convinto che non l’abbia udita “con le orecchie”, ma che sia “manifestata” nel suo cervello quasi come se fosse stata una “comunicazione telepatica”.

Peraltro nella sua vita non ha mai avuto esperienze particolari ed è sempre stato molto scettico sia riguardo ai fenomeni paranormali che a quelli ufologici. A questo proposito mi ha riferito di non avere mai letto libri sull’argomento, solo articoli da riviste e giornali. Mi ha anche detto che durante voli notturni, e sempre in presenza di colleghi, ha avuto modo di avvistare luci anomale, ma è sempre riuscito a dare una spiegazione logica, plausibile e non esotica. Non è stato mai incline al soprannaturale, anche se riferisce una certa empatia con un familiare (si telefonano nello stesso momento, altri tipi di episodi sincronici). È anche un astrofilo, possiede un telescopio, fa delle osservazioni notturne del cielo e mai gli è capitato di osservare “stranezze”.

Solo a una mia domanda ha un po’ titubato, quando gli ho chiesto perché si è rivolto a degli ufologi: in fondo non è stato avvistato alcun oggetto volante non identificato. Perché ha messo in relazione l’avvistamento della creatura con i fenomeni ufologici? Mi ha risposto che gli sembrava la cosa più logica e forse gli ufologi gli sono parsi gli unici in grado di dargli ascolto e forse una spiegazione”.

Mi sovviene alla mente un’altra “narrazione”.

È lunedì 11 aprile 1994. Alle ore 4.50 un giovane operaio Fiat residente a Nichelino (TO) si sta recando al lavoro in auto. La strada per Stupinigi è deserta. A un tratto l’auto perde colpi. Contemporaneamente, alla destra del parabrezza scorge una sfera lucente di colore oro. Pur avendo paura, costeggia l’auto a bordo della strada e si avvia a piedi verso quella luce. Pare come appoggiata a una pianta di grosso taglio. Si sofferma a una decina di metri da essa, quando la vede come aprirsi e uscirne raggi dorati molto luminosi. Viene assalito da una terribile paura.  Si volta per fuggire ma viene raggiunto da una voce melodiosa: “Avvicinati, non temere!”. Si guarda in giro, ma non c’è nessuno. Dopo altri due inviti da parte della voce vede formarsi da quella sfera una figura umana di donna che gli dirà essere la Madonna Immacolata della Misericordia. Nel tempo il particolare dei presunti effetti elettromagnetici sull’autovettura verrà omesso dai resoconti “ufficiali”. Da sempre mi sono chiesto: perché da quella sfera non è uscito un “marziano”?

Di fronte a queste “narrazioni” si possono fare tante ipotesi e illazioni, ma è difficile risalire a quel “quid” che ha generato queste esperienze, che di fatto, per i testimoni narratori, risultano vissuti.

 

L’ALIBI DELLA “QUIDDITAS”

Marco Mucci, anche lui (ex) ufologo compagno di viaggio, nel leggere le mie precedenti considerazioni sulla necessità della “capacità negativa” e della conseguente “accettazione del vuoto”, mi faceva notare che nell’insieme si tratta di riflessioni interessanti ma nel contempo “pelose”, poiché indigeste al nostro usuale modo di pensare. È vero che nella storia della filosofia occidentale, e quindi in tutta la nostra storia, non si sono mai messe in discussione (se non a partire dal pensiero kantiano) la necessità e la fiducia di scoprire le cause prime dei fenomeni, la quidditas che soggiace a tutto ciò che ci circonda, ovvero la sostanza ultima di aristotelica memoria (“quod quid erat esse”, ciò che è l’essere). Com’è altrettanto un dato evidente a noi uomini (post) moderni e secolarizzati che l’agognata quidditas (in italiano quiddità) o non esiste (ma qui si tratta di superbia intellettuale) o non è raggiungibile per definizione. Il raggiungerla sarebbe una contraddizione “in termini” per il pensiero umano. La verità assoluta non è raggiungibile, esistono solo verità relative prospettiche di ciascuno per cui si scorgono dettagli diversi dell’”oggetto” osservato: il che non vuole dire che esista l’oggetto e che questo abbia sue proprie caratteristiche morfologiche.

Marco mi ha fatto rilevare di conseguenza che partendo da ciò ha da tempo lasciato (di qui il suo abbandono dalla ricerca attiva) ogni speranza che si possa un giorno conoscere la quidditas (se mai ce n’è una, diversa dalla cronaca raccontata dai testimoni e dagli ufologi) che genera il fenomeno UFO e che tantomeno possa fare progredire l’accumulo e lo studio dei dati statistici. La non accettazione del “vuoto” e dell’”insaturo”.

Nel contempo, però, Marco è comunque tutt’ora interessato da quella che definisce componente irrazionale – a suo parere tutta umana, ci tiene a specificarlo – del fenomeno, la “fringe ufology” della prima ora (quella “genuina”, non la paccottiglia di oggi che ha lo scopo di raggirare alcuni sprovveduti), dove trova rileva parallelismi (stando attento a non scadere nei paralogismi) con tutta la storia religiosa ed esoterica dell’occidente. Il suo è, in questo, un approccio “fenomenologico” (Van Gennep) nel senso che il perimetro del suo interesse è limitato a ciò che è in superficie, al fainomenon (ciò che appare) e quindi al racconto dei testimoni e degli ufologi in sé stessi. È un po’ la posizione che si ritrova in David Halperin, professore di storia ebraica all’Università del North Carolina, nel suo romanzo in parte autobiografico La voce smarrita del cielo (Salani, 2011).

David Brin, nel racconto “Cosa dire a un UFO” (in “Urania”, “Altrove: contatti nel cosmo”, n. 1269, Mondadori, 29 ottobre 1995, pp. 100-103), asserisce che il “culto degli UFO” è un esempio lampante di “pensiero magico”, “in cui ciò che è vero è molto meno importante di ciò che dovrebbe essere”.

A suo avviso,

“non si può provare un’affermazione negativa. In altre parole, mentre i sostenitori degli UFO non sono mai riusciti a dimostrare un singolo caso di presunti incontri con alieni, basterebbe una sola eccezione per rendere dubbi tutti i casi non provati. I critici non riusciranno mai a eliminare la speranza dell’entusiasmo che la prossima volta tutto diventerà chiaro. Nessuna serie di esperimenti può dimostrare in maniera conclusiva che visitatori extraterrestri non hanno mai visitato o non visiteranno la Terra”.

Lo stesso si potrebbe dire per gli “altrove” delle cosiddette teorie parafisiche. Il problema è un altro: che questi sono spesso punti di partenza e non di arrivo, con tutto quello che ne consegue, in primis il ritenere tali posizioni non ipotesi ma credenze: un atto di fede, un limite alla sospensione del giudizio; la morte della “capacità negativa” e della conseguente accettazione del “vuoto” e dell’”insaturo”.

Ecco perché occorre essere intellettualmente audaci pur nell’accettazione dei limiti del comprensibile e dello spiegabile, in modo da essere nel contempo pronti ad accogliere qualsiasi “novità”. Il che è capacità ancora di stupirsi e amore per il meraviglioso nelle sue innumerevoli possibilità. Senza con questo possedere la passione “magica” che i misteri rimangano misteri, convinti come siamo che siano piuttosto enigmi da risolvere pur nella sospensione del giudizio e del pre-giudizio.

Mi sovviene alla mente la mistica ebraica medievale, la Kabbala, che riesce a riunire in sé gli opposti: “Nel palazzo del nulla risiede il tutto”.

Paolo Fiorino

Torino, 3 novembre 2019

 

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