Jung antisemita? Quasi una calunnia ontologica

Jung antisemita? Quasi una calunnia ontologica

di Gioacchino Nicotri

 

Ancora oggi qualcuno accampa l’ipotesi che Carl Gustav Jung (1875-1961), il più grande degli allievi di Sigismund Schlomo Freud e fondatore della Psicologia Analitica, fosse stato antisemita e, addirittura, avesse simpatizzato per il nazismo.

Si tratta, tuttavia, solo di calunnie e di pesanti accuse nei confronti di un grande scienziato, che ha dedicato tutta la sua vita allo studio e alla cura della psiche e che ha lasciato elementi conoscitivi in ambito socio-culturale e in ambito storico delle religioni. Esse sono del tutto infondate e, peraltro, smentite dagli scritti, dai comportamenti e dai numerosi pazienti e collaboratori ebrei dello psicoanalista.

L’accusa potrebbe riferirsi ad alcuni articoli scritti negli anni 1933/34: in essi Jung parla di psicologia semitica o ebraica e di psicologia ariana o germanica.[1]

Orbene, nella fattispecie l’uso di tale terminologia sarebbe semplicemente una prova di un razzismo intrinseco nell’opera citata da Jung, ma mai sostanziale.

Non dobbiamo dimenticare, peraltro, che nel dibattito interno al movimento psicoanalitico l’uso di tali termini non sorprendeva, ma era di ordinaria concretizzazione.

Non dobbiamo altresì dimenticare che è lo stesso Freud (ebreo) che riconosce più volte una differenza tra “anima ebraica” e “anima ariana”, che nel 1908, tanto per citare un esempio, parla della sua “parentela razziale” con l’ebreo Karl Abraham, altro pioniere della psicoanalisi, e che definiva “i nostri compagni ariani” coloro che fossero indispensabili per far sì che la psicoanalisi non venisse compressa dalla morsa dell’antisemitismo.

Freud, da non credente, tuttavia si sentì attratto in modo irresistibile dall’ebraismo e dagli ebrei [2]. Anche il maestro, quindi, riconobbe una particolare specificità psichica connessa all’appartenenza “razziale”. È bene sottolineare, però, che il termine razza, a quell’epoca, era ben lungi dall’assumere quella significazione semantica negativa che a esso verrà conferita dal nazismo.

Il dubbio è sorto a causa del fatto che Jung, al contrario del maestro, si propose di indagare le “oscure potenze del sentimento” che caratterizzano il singolo nel sentirsi attratto dall’appartenenza al proprio popolo e alla sua tradizione, proponendosi altresì di verificare l’esistenza o meno di una “medesima costruzione psichica” relativa alle differenze etniche tra gli uomini. È grazie a tali profondi e attenti studi che il ginevrino ha scoperto che la psiche di una persona non è condizionata soltanto dalla sua storia individuale e familiare, ma anche e soprattutto dalla storia collettiva, dall’appartenenza a una comunità e dalla relazione con la terra in cui la comunità vive: in una parola da un “inconscio collettivo”. Dimensione, questa, caratterizzata dal deposito dei miti, dei simboli, delle tradizioni di un popolo.

Sono queste le ragioni che spingono Jung a parlare di un “carattere etnico della psiche” e conseguentemente di una differenza tra psiche ebraica e psiche germanica.

Addirittura è stata proprio la scoperta dell’inconscio collettivo e degli archetipi, che ne costituiscono l’aspetto strutturale, a permettere allo scienziato di intuire e quasi presagire già nel 1918 il potenziale distruttivo della cosiddetta anima germanica.

Nello scritto Sull’inconscio (Opere, v. 10/1), Jung motivò l’irrompere della “bestia bionda” (Germania) a causa del venir meno dell’autorità del cristianesimo.

I dubbi che Jung aveva condiviso con tanti altri studiosi e intellettuali lo portarono a sottovalutare i paventati “effetti devastanti” del nazismo, da lui stesso lucidamente previsti. Orbene, è pensabile che sia stata tale sottovalutazione a far sì che Jung non si rendesse conto che quei concetti di psicologia ebraica e germanica, quel linguaggio utilizzato negli anni in cui il nazismo strumentalizzava la terminologia di “razza ebraica” per giustificare la shoa, si sarebbero prestati a pesanti fraintendimenti e strumentalizzazioni.

In poche parole, ritengo con onestà intellettuale che siano stati tutti i detti fraintendimenti a far sì che le accuse di antisemitismo e addirittura di simpatia per il nazismo venissero formulate con estrema noncuranza.

Con gli scritti Dopo la catastrofe, Commenti sulla storia contemporanea e Contributi ai Saggi di storia contemporanea,  infatti, al fine soprattutto di fugare ogni dubbio, Jung presentò gli sviluppi del suo pensiero e un’analisi del nazismo come vera e propria “psicosi di massa”.

Infine, per spiegare quanto avvenuto in Germania, oltre alle ragionevoli cause economiche e sociali, Jung ipotizzò il fatto che nell’inconscio collettivo del popolo tedesco avesse fatto irruzione il lato distruttivo e terribile dell’antico dio germanico Wotan.

Quello che colpisce maggiormente nel fenomeno tedesco è proprio il fatto che un uomo posseduto, possegga a tal segno l’intera nazione…

Secondo Jung, per capire il processo di cui parliamo, occorreva fare ricorso agli aspetti barbarici e distruttivi depositati nell’inconscio collettivo del popolo tedesco.

Ma non è tutto.  Infatti, che i comportamenti di Jung fossero tutt’altro che razzisti e/o nazisti lo dimostra il semplice fatto che nel 1933 molti colleghi e amici gli chiesero di presiedere la Società generale medica di psicoterapia proprio perché, in quanto svizzero, la sua costruzione socio-culturale avrebbe potuto garantirla e tutelarla da ogni e qualsivoglia ingerenza del nazismo.

Jung accettò, pur sapendo di correre tanti e gravi rischi. Non dimentichiamoci, infatti, che Freud è stato costretto a trasferirsi da Vienna a Londra per evitare guai seri e persecuzioni.

Inoltre riuscì a far approvare un provvedimento/articolo dello statuto che consentisse l’adesione individuale all’Associazione da parte di medici ebrei, che non avrebbero potuto aderire alla sezione tedesca, nel frattempo conformata al nazismo.

Per quanto riguarda le sue relazioni dirette con gli ebrei è abbastanza noto che Jung avesse numerosi pazienti, allievi e collaboratori ebrei. Con molti di loro tenne rapporti di autentica amicizia.

 

 

[1] C.G. Jung: Situazione attuale della psicoterapia e Attualità: replica all’articolo del dottor Bally, “Terapia di ceppo tedesco”, in Opere , v.10/1, Torino, Bollati Boringhieri, 1998.

[2] S.S. Freud: Discorso ai membri dell’Associazione B’nai B’rith, in Opere,v. 10, Torino, Bollati Boringhieri, 1989.

 

 

 

 

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