MEMORIA E RIMOZIONE: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Memoria e rimozione: Due facce della stessa medaglia

di Rossana Carne

 

Quanti anni sono necessari a una società, a un paese, per capire e fermarsi a riflettere sugli aspetti più laceranti del suo passato?
Questa domanda è fondamentale non solo per un paese specifico, ma per tutti, in quanto rimane una questione drammaticamente aperta, soprattutto in quelle regioni che sono state teatro di sanguinose guerre del XX secolo. Pensiamo all’America Latina, all’Africa, al Medioriente, ai Balcani, solo per citarne alcune…

Partendo quindi da questa domanda fondamentale, si comprende quanto grande sia la responsabilità degli studiosi di scienze sociali, soprattutto in assenza di risposte da parte del mondo politico o, peggio ancora, in presenza di verità, per così dire, alternative.

Risulta fondamentale in negativo, infatti, il fatto che ci siano due modi di negare la verità: nasconderla oppure inventarne una diversa.

Prendiamo come punto di riferimento per questa analisi sulla memoria il Giappone e le azioni commesse dall’esercito durante l’invasione della Manciuria nel 1931, nel corso della guerra in Cina dal 1937 e durante il successivo conflitto mondiale, senza però dimenticare tutte le altre vittime del resto del globo come gli Indiani d’America, vessati da anni di oppressione e di crimini nei loro confronti da parte del sistema americano, o ancora, nel caso dell’Italia, i crimini perpetrati nel corso della cosiddetta riconquista della Libia e la successiva guerra per la conquista dell’Etiopia.

Si possono confrontare tra di loro i crimini di guerra? Si possono mettere a confronto le memorie dei vari popoli della terra che hanno subito crimini atroci?

Come precedentemente accennato, partiamo dal Giappone che, durante la sua prima guerra su larga scala contro la Cina, nel 1894, sterminò 30.000 cittadini coreani ribelli. Perché? Sembra incredibile, ma il tutto scaturiva dal complesso d’inferiorità nipponico nei confronti dell’Occidente, che,, nel corso del tempo portò il governo, il popolo e l’esercito a ricorrere a misure criminali per ottenere il controllo sulle popolazioni asiatiche.

Casi simili a questo si possono trovare anche in altre parti del globo: pensiamo all’olocausto nazista, alla persecuzione degli albini in Africa, allo sterminio degli armeni, all’olocausto dei Gulag e via discorrendo. Se questa prima analisi, però, fa riferimento alla questione dei crimini di guerra, quando inizia il processo di insabbiamento e rimozione della memoria?

Dal 1946 il Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente pose le basi della teoria della cospirazione attuata contro l’Imperatore del Giappone e decise di concentrare tutta la sua attenzione sulla narrazione storica della scoperta di tale cospirazione, invece di esaminare la condotta degli imputati. Se questo risulta un primo tentativo eclatante di cancellazione della memoria storica, non va dimenticato che allo scopo di consolidare l’occupazione il generale MacArthur decise di non incriminare l’imperatore, dando così modo alla popolazione e alla classe dirigente di non addossarsi la responsabilità della tragedia che si era sviluppata durante la Seconda Guerra Mondiale.

Diversamente dalla Germania, in cui l’ideologia nazista aveva apertamente incitato all’odio razziale, in Giappone la giustificazione dell’aggressione si fuse con l’autoinganno della fratellanza asiatica, dimostrando come, malgrado quest’atteggiamento fosse finalizzato a portare avanti un’opera di emancipazione della popolazione indigena, questo non era altro che il riflesso del complesso di inferiorità nei confronti dell’Occidente moderno. Per recuperare l’arretratezza, infatti, il Giappone si affrettò ad accelerare il ritmo della sua espansione oltremare, portando avanti anche la trasformazione ideologica del regime e del popolo. La società dell’epoca, inoltre, era sottoposta a una severa censura: i grandi giornali inviavano al fronte frotte di corrispondenti di guerra, ma nessuno di loro pubblicò mai notizie relative ai vari massacri. Molti giapponesi, infatti, appresero dei crimini di guerra solo grazie alla sentenza del tribunale di Tokyo, ma non seppero mai che cos’era stato davvero il massacro della Seconda Guerra Mondiale.

Questa situazione, purtroppo, è stata sfruttata dalla società giapponese per dare ragione agli storici revisionisti, i quali insistono che i vari massacri compiuti in Cina durante la guerra erano stati inventati per dare la colpa al Giappone, condannato dalla cosiddetta “giustizia dei vincitori”. Questo è un caso esplicativo ed esemplare di rimozione della memoria.

Perché i giapponesi non riescono ad affrontare il passato? Secondo lo storico Oyama, il primo fattore da considerare è che dopo la restaurazione Meiji, il Giappone è riuscito a modernizzarsi prima di tutti gli altri paesi asiatici. La concorrenza accanita fra le potenze occidentali per la colonizzazione dell’Asia, infatti, sconvolse fortemente il Sol Levante e la notizia della sconfitta subita dal Celeste Impero da parte dell’Inghilterra nella guerra dell’oppio diede il primo decisivo impulso a certi “intellettuali” giapponesi.

Il Giappone, quindi, si impegnò nella modernizzazione per sottrarsi alla dominazione coloniale da parte dell’Occidente, ma questo rapido successo portò con sé un sentimento di superiorità e disprezzo nei confronti degli altri paesi asiatici che, invece, erano stati schiacciati come formiche dai barbari dell’ovest. Scampato al colonialismo occidentale, dunque, il Giappone a sua volta si è trasformato in una potenza coloniale sulla scia delle potenze straniere, ma la sconfitta del 1945 ha distrutto l’idea di superiorità nipponica, che con il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’insabbiamento di alcuni fatti come quello dell’Unità 731, il paese non superò mai del tutto.

Molti giapponesi, infatti, hanno vissuto più di sessant’anni nel dopoguerra senza provare a correggere dall’interno il loro errato sentimento di superiorità e di disprezzo nei confronti degli altri paesi asiatici e con l’avvento della Guerra Fredda il Giappone, divenuto alleato fondamentale per gli Stati Uniti, riportò alla luce quel sentimento di superiorità e di disprezzo nei confronti degli altri paesi.

È proprio da qui che si rende necessaria un’ulteriore analisi: condividendo questo sentimento, i giapponesi si trovarono in una posizione umiliante così come trovarono insopportabile fare le proprie scuse e risarcire i danni di guerra ai popoli asiatici.

È da qui che nasce la propensione a glorificare il proprio passato, invece di affrontarlo ed è sempre da qui che il revisionismo storico si diffonde in tutto il Giappone, condannando come autolesionismo storico il punto di vista di chi vuole chiarire i crimini commessi nel passato. Il revisionismo, infatti, corrisponde al terzo fattore che ha contribuito alla rimozione della memoria. Come fare, quindi, per superare il revisionismo storico?

In primo luogo i giapponesi, così come tutti coloro che si sono macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità, devono eliminare completamente il disprezzo, sia cosciente sia inconscio, nei confronti dei paesi di cui sono stati i carnefici. Una volta raggiunto questo primo obiettivo, i governi non saranno più riluttanti a presentare sincere scuse e a versare risarcimenti relativi alle colpe commesse nel passato. In secondo luogo, bisogna tenere ben presente che se non si affronta con sincerità il passato, si metterà a rischio il futuro: quest’ultimo, infatti, si può costruire solo sulla base della verità storica.

Il viaggio affrontato finora sul concetto di rimozione della memoria vuol essere solo un esempio, che può essere ripreso da tutte quelle potenze che, nel corso della storia passata o moderna, si sono macchiati di crimini atroci e perpetrati con l’obiettivo di un’espansione portata avanti per creare spazi di controllo, utilizzando una politica di sfruttamento dei territori fondata su una violenza inaudita e su azioni quali deportazioni, sanguinose rappresaglie, fucilazione di ostaggi e incendi di villaggi, come nel caso dell’occupazione italiana della Jugoslavia. Ogni potenza colpevole di queste atrocità dovrà mostrarsi come un esempio per tutto il mondo, accanto ad altri Stati come la Germania, affrontando con sincerità il proprio passato al fine di superarlo. Questo, tra l’altro, servirà anche a fare crescere un’immagine diversa nel contesto della società internazionale. Per realizzare tutto questo, bisogna trasformare i convincimenti negativi dei quali si è parlato nel presente articolo in opportunità di conoscere il “diverso”, di apprezzarlo e di accettarlo senza la pretesa di trasformarlo perché visto come “inferiore”.

Infine, evidenziare i motivi che hanno impedito a un paese come il Giappone, e a molti altri, di affrontare il proprio passato servirà anche al mondo del XXI secolo, nel quale continuano a ripetersi stragi e distruzioni di massa nel corso di guerre e conflitti, a dispetto dell’esperienza di due devastanti guerre mondiali.

Fonti:

Memoria e Rimozione: i crimini di guerra del Giappone e dell’Italia, AA.VV., ed. Viella
Rimozione di un genocidio: la memoria lunga del popolo armeno, Antonia Arslan ed Enzo Pace, ed. Lampi
Leggi del 1938 e cultura del razzismo: Storia, memoria e rimozione, AA.VV., ed. Viella

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