La vita di Maometto – Parte 1: dalla nascita alla presunta “rivelazione”

La vita di Maometto

Parte 1: dalla nascita alla presunta “rivelazione”

 

All’epoca della nascita di Maometto e della sua fragorosa entrata in scena sul palcoscenico del mondo sociale e religioso dell’Arabia, due delle più importanti città della penisola araba erano La Mecca e Medina, vale a dire proprio i due centri che sarebbero stati teatro delle gesta del profeta islamico.

Mentre Medina era un grande e fiorente insediamento agricolo, La Mecca rappresentava un importante centro finanziario per gran parte delle tribù che vivevano in quella regione.

All’epoca (siamo nel VI secolo d.C.), gli arabi indigeni erano nomadi o sedentari.

Mentre questi ultimi avevano trovato insediamenti stabili e si erano dedicati prevalentemente al commercio e all’agricoltura, i nomadi continuavano a vivere spostandosi costantemente da un luogo all’altro, in cerca di acqua e pascoli per i loro greggi. Di conseguenza, la loro sopravvivenz

a dipendeva in buona misura da incursioni e razzie compiute contro carovane e oasi, pratica che i nomadi non consideravano un crimine, conformemente a una mentalità che, un giorno, Maometto e i suoi avrebbero fatto propria: tutto ciò che va a proprio vantaggio è sempre lecito.

 

 

 

Nell’Arabia pre-islamica, le divinità erano considerate entità protettrici delle singole tribù. I loro spiriti erano associati ad alberi sacri, pietre, sorgenti e pozzi.

Il santuario meccano della Kaaba, meta di un grande pellegrinaggio annuale, era noto per ospitare al proprio interno la bellezza di trecentosessanta idoli di divinità tribali. Allah era anche allora la divinità principale, ma quel variegato pantheon dimostrava quanto il politeismo regnasse indisturbato prima dell’avvento dell’Islam. 

La penisola araba ai tempi di Maometto Tre dee, in particolare, erano associate ad Allah come sue figlie: Allat, Manat e al-Uzzá.

In Arabia esistevano anche comunità monoteiste. In particolare, oltre naturalmente ai cristiani e agli ebrei, l’Arabia pre-islamica annoverava gli Hanif, vale a dire i monoteisti che precorsero l’Islam [1], sebbene la loro storicità non trovi d’accordo tutti gli studiosi. 

Secondo la tradizione musulmana, tuttavia, Maometto stesso era un hanif, nonché discendente di Ismaele, figlio primogenito di Abramo.[2]

La seconda metà del VI secolo fu per l’Arabia un periodo di disordini politici, con la conseguenza che le vie di comunicazione non erano più sicure. Tra le cause della crisi, ebbe un certo rilievo anche la presenza di profonde divisioni religiose. Il giudaismo, infatti, era divenuto il culto dominante a sud, nello Yemen, mentre il cristianesimo si era radicato nell’area del Golfo Persico. In linea con la tendenza generale del mondo antico, in sostanza, anche nella penisola araba si assisteva a un progressivo declino dei culti politeisti e a un crescente interesse per una forma più spirituale di religione.

 

Introduzione

Maometto (Muhammad nella pronuncia araba, traslitterato anche come Muhammad, Muhammed, Mohammad, Mohammed) viene universalmente considerato il fondatore dell’Islam e, secondo la dottrina islamica, fu profeta e “Messaggero di Dio”, inviato per presentare e, soprattutto, confermare gli insegnamenti monoteistici già predicati da Adamo, Abramo, Mosè, Gesù e altri profeti.

In altre parole, tutti i principali rami dell’Islam considerano Maometto l’ultimo profeta di Dio.

Etimologicamente, il nome costituisce il participio passivo della seconda forma (“forma intensiva”) della radice ḥ-m-d, hamid, che vuol dire “lodare”, “pregare”; il significato è quindi “degno di lode”, “il molto lodato” o semplicemente “lodevole”.

Il nome “Maometto” compare nel Corano appena quattro volte, occasioni nelle quali il testo si riferisce a lui in seconda persona e associandogli varie denominazioni; profeta, messaggero, servo di Dio, annunciatore (2:119), testimone (33:45), portatore di buone notizie, “colui che chiama [Dio]” (12:108), luce personificata (5:15), lampada che illumina (33:46) ecc.

A volte, Maometto viene indicato con appellativi che dipendono dal contesto del passo. Ad esempio, egli viene definito “l’avvolto” (al-Muzzammil, 73:1) e “il velato” (al-muddaththir, 74:1). In un altro passo (33:40), Dio individua Maometto come “Sigillo dei profeti”, o “l’ultimo dei profeti”. Il Corano, infine, fa riferimento a Maometto come Ahmad (“più lodevole”, 61:6).

 

Le fonti sulla vita di Maometto

Molti rimarranno sorpresi nell’apprendere che, a differenza di quanto si potrebbe credere, il Corano non è una fonte particolarmente ricca per quanto attiene alla vita di Maometto e, anzi, fornisce pochissimi elementi biografici su di lui.

Per avere notizie significative sulla vita di Maometto, bisogna attingere altrove:

1.    dalle biografie (sirah)

2.    dalla letteratura hadith

Le biografie

L’espressione Sirah Rasul Allah (“Vita dell’apostolo di Dio”) o Sirat Nabawiyya (“Vita del Profeta”), abbreviata in Sirah o Sira, indica le varie biografie di Maometto (di tradizione musulmana), da cui si ricavano la maggior parte dei dati storici sulla sua vita e sul periodo iniziale dell’Islam.

A questo riguardo, si rivelano particolarmente importanti le opere di scrittori del II e del III secolo dell’era musulmana, corrispondenti ai secoli VIII e IX d.C.[3]

La sirah scritta più antica giunta fino a noi è la Vita del Messaggero di Dio di Ibn Ishaq, redatta verso il 767 d.C. (150 AH). Sebbene il lavoro sia andato perduto, questa sira fu ampiamente utilizzata come fonte, in seguito, da Ibn Hisham e, quantunque in misura minore, da al-Tabari. Nella prefazione, tuttavia, il primo ammette di avere utilizzato l’opera di Ibn Ishaq omettendo tutto ciò che “avrebbe turbato certe persone”.[4]

Altre fonti di informazioni su Maometto sono la storia delle campagne da lui condotte, scritta da al-Waqidi (morto nel 207 AH), e l’opera del suo segretario Ibn Sa’d al-Baghdadi (morto nel 230 AH).

Molti studiosi ritengono attendibili queste prime biografie, per quanto la loro accuratezza non sia del tutto dimostrabile.

Letteratura hadith

La seconda fonte più importante sulla vita di Maometto comprende le raccolte di hadith, vale a dire episodi della sua vita, resoconti dei suoi insegnamenti e tradizioni a lui legate. Gli hadith furono compilati da vari seguaci, parecchie generazioni dopo la morte di Maometto.

Alcuni accademici occidentali considerano con cautela la natura di fonte storica attendibile delle raccolte hadith. Gli studiosi musulmani, d’altra parte, pongono di solito maggiore enfasi proprio sulla letteratura hadith, più che sulla letteratura biografica, poiché gli hadith mantengono una catena di trasmissione verificabile (isnad); dal loro punto di vista, la mancanza di una tale catena rende invece meno verificabile la letteratura biografica.

 

Il periodo alla Mecca

Abu al-Qasim Muhammad ibn’Abd Allah ibn’Abd al-Muttalib ibn Hashim nacque a La Mecca verso il 570 e si ritiene che il suo compleanno cada il 12 del mese di Rabi ‘al-awwal.

Figlio unico, Maometto apparteneva alla tribù dei Quraysh [5] (nome reso a volte in italiano come “Coraisciti” o “Coreisciti”), che divenne una forza dominante nell’Arabia occidentale già durante i primi anni della vita del profeta. Per contrastare gli effetti dell’anarchia dilagante, i Quraysh sostenero la necessità di istituire mesi sacri durante i quali tutte le violenze fossero proibite, rendendo così possibile partecipare senza pericolo a pellegrinaggi e fiere.

In particolare, all’interno della tribù, Maometto apparteneva al clan Banu Hashim, che era una delle famiglie di spicco della Mecca.

Il padre morì quasi sei mesi prima che Maometto venisse al mondo.

Secondo la tradizione islamica, subito dopo la nascita il bambino fu mandato a vivere nel deserto con una famiglia beduina, poiché si riteneva che quel tipo di vita fosse più salutare per i bambini; alcuni studiosi occidentali, tuttavia, rifiutano la storicità di questa tradizione.

Maometto rimase con la madre adottiva, nonché nutrice, Halima bint Abi Dhuayb, e suo marito fino all’età di due anni, al termine dei quali Halima convinse Amina, madre di Maometto, dell’opportunità di prolungare per un altro biennio il soggiorno del bambino presso di lei e la sua famiglia. Amina accettò.

All’età di sei anni, Maometto perse anche la madre biologica. Per i successivi due anni, fino all’età di otto anni, egli rimase sotto la tutela di suo nonno paterno Abd al-Muttalib, fino alla sua morte. Poi passò sotto le cure di suo zio Abu Talib, nuovo leader del Banu Hashim, e di sua moglie.

Ben presto, Maometto cominciò ad accompagnare suo zio in occasione di viaggi commerciali in Siria, per acquisire esperienza. La tradizione islamica afferma che, all’età di nove o dodici anni, mentre accompagnava la carovana dei Meccani in Siria, incontrò un monaco cristiano di nome Bahira, che si dice avesse profetizzato la chiamata di Maometto al ruolo di profeta di Dio. [6]

Poco si sa di Maometto durante l’ultima parte della sua giovinezza. Le informazioni disponibili sono frammentarie, il che rende difficile separare la storia dalla leggenda. È noto che egli divenne un commerciante e che la sua attività si svolse tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

A causa della sua indole onesta, egli acquisì il soprannome di al-Amin, che significa “fedele”, “degno di fiducia” e “al-Sadiq”, che significa “veritiero” e per questa ragione sarebbe stato spesso richiesto come arbitro imparziale.

Nel 595, la sua reputazione gli valse una proposta nuziale da parte di Khadijah, una vedova di quarant’anni. Maometto (che doveva averne circa venticinque) acconsentì al matrimonio, che a detta di tutti fu felice.

Diversi anni dopo, stando a Ibn Ishaq, Maometto fu coinvolto in una ben nota vicenda riguardante la collocazione della Pietra Nera nel muro della Kaaba. Era più o meno il 605 d.C. e la Pietra Nera era stata rimossa durante i lavori di ristrutturazione della Kaaba, dovuti a un’inondazione. I leader meccani non riuscirono ad accordarsi sul clan al quase toccasse l’onore di rimettere la Pietra Nera al suo posto. Stabilirono quindi che la decisione fosse presa dal primo uomo che fosse passato attraverso la porta della Kaaba.

Quell’uomo, manco a farlo apposta, era Maometto, all’epoca trentacinquenne. 

Il futuro profeta, a quanto pare, chiese un telo di stoffa e depose la Pietra Nera al suo centro. Reggendo gli angoli della stoffa, i capi dei clan portarono insieme la Pietra Nera al suo posto, dove Maometto la depose, facendo tutti contenti (si veda l’illustrazione seguente).

 

A quanto pare, Maometto si isolava periodicamente in una grotta, nota come Hira, sul monte Jabal al-Nour, vicino alla Mecca, per trascorrervi alcune notti in preghiera. Per la precisione, si vuole che egli vi si recasse per diverse settimane ogni anno.

Fu tuttavia solo nel 610, dunque quando Maometto aveva già quarant’anni, che secondo la tradizione islamica egli avrebbe ricevuto per la prima volta la visita dell’angelo Gabriele (Jibril), il quale, apparsogli, gli avrebbe ordinato di recitare alcuni versi, che sarebbero poi stati inclusi nel Corano. C’è pressoché unanime consenso sul fatto che le prime parole coraniche rivelate furono quelle che danno inizio alla Sura 96 (le sure sono i capitoli in cui è diviso il Corano).

Dopo le prime rivelazioni, Maometto si sentiva profondamente provato e, una volta tornato a casa, fu consolato e rassicurato da Khadijah e dal suo cugino cristiano Waraka ibn Nawfal. Si dice anche che gli temesse che altri potessero liquidare le sue affermazioni ritenendolo posseduto, pur dicendosi certo di essere in grado di distinguere i propri pensieri da questi messaggi, escludendo pertanto che potessero essere frutto della sua mente.

La tradizione sciita afferma tuttavia che Maometto non fosse sorpreso né spaventato dalla prima apparizione di Gabriele, ma che anzi lo accolse, come se fosse tutto previsto.

Fu solo dopo tre anni (un periodo noto come fatra), dedicati da Maometto alle preghiere e alle pratiche spirituali, che egli iniziò a diffondere pubblicamente il contenuto di quelle rivelazioni, proclamando che “Dio è Uno” (tahwid), che la sottomissione completa (islam) a lui è la giusta linea d’azione (din) e che lui era profeta e messaggero di Dio, come gli altri profeti dell’Islam.[7]

Quando le rivelazioni ripresero, Maometto fu rassicurato e dette disposizioni affinché tutti iniziassero a predicare: “Il tuo Signore-Guardiano non ti ha abbandonato, né è dispiaciuto” (93:3).

Sahih Bukhari racconta che Maometto descriveva le sue rivelazioni usando l’espressione “a volte è [rivelato] come il suono di una campana”. Riferiva Aisha, la moglie prediletta:

 

Maometto riceve la sua prima rivelazione dall’angelo Gabriele (dal manoscritto Jami ‘al-tawarikh di Rashid-al-Din Hamadani, 1307)

 

Ho visto il Profeta ispirato divinamente in una giornata molto fredda e ho notato che il sudore gli cadeva dalla fronte [quando l’ispirazione era finita]” (79)

I temi chiave dei primi versetti coranici rivelati a Maometto comprendono la responsabilità dell’uomo nei confronti del suo creatore, la resurrezione dei morti e il giudizio finale di Dio, seguito da vivide descrizioni delle torture nell’inferno e dei piaceri in Paradiso, nonché dei segni di Dio in tutti gli aspetti della vita.

I doveri religiosi richiesti ai credenti, a quel tempo, erano pochi: credere in Dio, chiedere perdono per i peccati, offrire preghiere frequenti, assistere gli altri (in particolare quanti fossero nel bisogno), rifiutare il tradimento e l’amore per la ricchezza (considerato significativo nella vita commerciale della Mecca), essere casto e non commettere infanticidio femminile.

 

 

 

 

[1] Il termine, negli scritti islamici, si riferisce più precisamente ai seguaci dell’originale e autentica religione monoteistica che fu di Ibrahim (il patriarca Abramo). L’Islam propone una lista di hanif, ma occorre dire che su alcuni di essi non vi è pieno consenso. Tra di loro, Adamo, Noè, Ibrahim (Abramo), Ismail (Ismaele) e Ishaq (Isacco), figli di Abramo, Yunus (il Giona biblico), Ayyub (il Giobbe biblico), Yaqub (il Giacobbe biblico, chiamato successivamente Israil, Israele), Musa (Mosè), Dawud (Davide re d’Israele), Sulayman (Salomone), Hashim b. Abd al-Manaf (bisnonno di Maometto), Abd al-Muttalib (nonno di Maometto), Abd Allah b. Abd al-Muttalib (padre di Maometto), Abu Talib b. Abd al-Muttalib (zio paterno di Maometto), Maometto, Ali b. Abi Talib (cugino, genero, figlio adottivo e fratello elettivo di Maometto).

 

[2] Naturalmente, non ritengo figure storiche reali né Abramo né i suoi discendenti e quindi faccio menzione della pretesa discendenza di Maometto da Ismaele quale semplice credenza o tradizione.

 

[3] L’era musulmana parte infatti dal 622, anno dell’Egira (il trasferimento di Maometto e dei suoi da La Mecca a Medina, come si vedrà nel prossimo appuntamento). In Occidente, quest’era viene comunemente indicata come AH, in latino “Anno Hegirae” (abbreviato in H nei paesi musulmani). Gli anni precedenti all’Egira si indicano convenzionalmente con la forma inglese BH (before Hegira). La durata di 354 giorni dell’anno islamico fa sì che per calcolare la corrispondenza con il nostro calendario non basti sottrarre 622 dall’anno attuale; ad esempio, il 2018 non corrisponde al 1396 (2018 – 622), ma al 1439; tutto questo, in breve, perché l’anno islamico è mediamente 11 giorni più breve del nostro. Per il ragguaglio fra gli anni del calendario islamico e quelli giuliani o gregoriani si utilizza il rapporto h = (g − 622) ∙ 33/32.

 

[4] Ibn Hisham, arabo, morì nell’833. Il suo adattamento eliminò vari passaggi dell’opera originaria di Ibn Ishaq: gli episodi sulla dimensione del tutto umana della vita di Maometto, assieme a lati marginali della sua condotta, non rientravano nel modo in cui – per i lettori musulmani – Ibn Hisham voleva celebrare il profeta. Perciò, non si trattava di censura, quanto dell’intento di proporre Maometto quale modello di vita e di virtù per tutti i musulmani (esortandoli dunque alla imitatio Muhammadis – come la definiranno gli orientalisti). Eppure, fortunamente, alcuni episodi stralciati da Ibn Hisham sono sopravvissuti in opere storiche di grande rilievo e diffusione, quali gli Annali di al-Tabari, considerato dalla maggioranza degli studiosi orientalisti il massimo annalista musulmano, assunto come inevitabile riferimento da tutti gli storici a lui posteriori per quanto riguarda la storia dei primi tre secoli circa dell’Islam.

 

[5] I Banū Quraysh (letteralmente “i figli di Quràysh”), o semplicemente Quràysh, si stanziarono alla Mecca nel VII secolo d.C. Non sono note né le origini del nome della tribù né la loro provenienza. In epoca preislamica avrebbero tratto grandi vantaggi dalla gestione del santuario urbano della Kaaba. Attività specifica dei Quraysh erano però i traffici carovanieri che collegavano, passando per la Mecca, le coste mediterranee al meridione dell’Arabia, e questo grazie alla buona capacità guerriera della tribù che in seguito, avrà modo di esprimersi ampiamente in età islamica. Come ogni altra tribù, i Quraysh erano articolati in clan, lignaggi e famiglie nucleari. Il matrimonio (salvo fra cugini) era vietato all’interno del lignaggio e questo portava a un diffuso intrecciarsi dei rapporti di parentela e di affinità che cementava la solidarietà del gruppo.

 

[6] La storia dell’incontro di Maometto con Bahira è riportata nelle opere dei primi storici musulmani Ibn Hisham, Ibn Sa’d e Tabari, le cui versioni differiscono in alcuni dettagli. Maometto incontrò Bahira nella città di Bosra, in Siria, mentre viaggiava con una carovana meccana. Quando la carovana passò accanto alla sua cella, il monaco invitò i mercanti a una festa. Accettarono l’invito, lasciando il ragazzo a guardia del cammello. Bahira, tuttavia, insistette affinché tutti i carovanieri andassero con lui. Allora un evento miracoloso indicò al monaco che Maometto sarebbe diventato un profeta. Il movimento di una nuvola che continuava ad oscurare Maometto indipendentemente dal momento della giornata attirò l’attenzione di Bahira. Il monaco rivelò le sue visioni sul futuro di Maometto allo zio del ragazzo, avvertendolo di proteggere il bambino dagli ebrei (o dai bizantini, a seconda della fonte). Sia Ibn Sa’d che al-Tabari scrivono che Bahira trovò l’annuncio della venuta di Maometto nei vangeli originali e non adulterati, che egli possedeva. Nella tradizione cristiana Bahira divenne un monaco eretico, le cui opinioni errate ispirarono il Corano. Alcuni arabisti sostengono che le opere di Bahira formarono la base delle parti del Corano conformi ai principi del cristianesimo, mentre il resto fu introdotto da compilatori successivi ebrei e arabi. Il cristiano Giovanni Damasceno (VIII secolo), afferma che Maometto, dopo aver letto l’Antico e il Nuovo Testamento e altri testi cristiani e dopo aver conversato con un monaco ariano, ideò la propria eresia (De Haeresibus, 101). Per Abd-al-Masih al-Kindi, che lo chiama Sergio, Bahira era un nazoreo, un gruppo di solito associato ai Nestoriani. Talvolta Bahira è considerato giacobita o ariano. Le biografie polemiche paleocristiane di Maometto sono concordi nell’affermare che il presunto analfabetismo di Maometto non implichi che egli abbia ricevuto le sue dottrine religiose dall’Arcangelo Gabriele, e spesso considerano Bahira il maestro religioso segreto di Maometto.

 

[7] I profeti dell’islam sono uomini inviati da Allah per additare all’umanità la via della salvezza. Sono descritti nel Corano e dalla tradizione letteraria dei musulmani. Nell’islam tutti (compresi Gesù e Maometto) sono considerati esclusivamente e del tutto uguali di fronte a Dio (Allah). La tradizione islamica insegna che i profeti sono inviati da Dio ad ogni nazione. Nell’islam è stato infine inviato – dopo Hud, Salih e Shuʿayb – Maometto, al fine di portare una volta per tutte il messaggio divino a tutta l’umanità, mentre altri profeti sarebbero stati inviati per portare un messaggio a specifici gruppi o nazioni. Diversamente dal giudaismo e dalla cristianità, l’islam distingue tra messaggeri di Dio (rasul) e profeti (nabī). Entrambi sono portatori della rivelazione (Wahi) “ispirata divinamente”. I messaggeri sono portatori del messaggio divino per una specifica comunità attraverso un libro. Mentre tutti i “rasūl” sono “nabī”, non tutti i “nabī” sono “rasūl”. I musulmani credono che il primo nabī sia stato Adamo, mentre il primo rasūl sia stato Abramo. ʿĪsā (Gesù) è nato da una vergine sia per l’islam che per la cristianità, ed è visto come un nabī perché aveva ricevuto la rivelazione da Dio. Anche Gesù è considerato uno dei rasūl, perché Dio gli ha rivelato il Vangelo (Injīl). Però, diversamente dalla cristianità, nell’islam si commette eresia affermando che Dio avrebbe avuto un figlio, e lo stesso Gesù è considerato un essere umano, pur se di grande carisma e capacità taumaturgica.

 

 

 

 

 

 

 

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