Carl Gustav Jung. L’idea del divino, la considerazione del femminile, la fisica quantistica

Carl Gustav Jung

L’idea del divino,  la considerazione del femminile , la fisica quantistica

di Gioacchino Nicotri

Carl Gustav Jung, l’allievo decisamente più geniale del grande Sigmund Freud, ebbe rispetto della religiosità dei suoi pazienti, senza coinvolgerla troppo nella terapia o metterla in dubbio: l’aspetto terapeutico per lui risultava ben più importante della fede professata dagli stessi, al punto di essere, talvolta, considerata un modo per vivere gli archetipi, o consigliata, come la confessione, ai pazienti cattolici. Riguardo a questo fatto, però, rimane da chiarire per i teologi cristiani se nella sua teoria ci sia una distinzione reale tra l’uomo e Dio, o se quest’ultimo non si riduca ad una produzione o una mera interpretazione della psiche di qualcosa che direttamente non può essere sperimentato, anche a motivo di una nozione -l’archetipo- affascinante, ma vaga e ambigua, e che è l’unico tramite possibile che può essere esperito  (C.G. Jung, Gli archetipi e l’inconscio collettivo). [1]

Resta da chiarire, comunque, se Jung ritenesse ammissibile o credesse davvero a una rivelazione storica, irriducibile al soggetto e all’analisi psicologica:   egli infatti rifiutò la possibilità che sia mai avvenuta fisicamente e realmente la risurrezione di Yeshu’a, per il semplice fatto che i morti non resuscitano, e la nozione di peccato o di male sembra essere sempre da lui ricondotta al disordine mentale, alla deviazione o al disagio psichico

Sottoposto, negli ultimi anni  di vita ad incalzanti interviste che volevano a tutti i costi vederlo credente per una frase apparentemente innocente ma comunque equivoca che aveva espresso precedentemente, quasi infastidito ebbe  a chiarire, con la lettera  trasmessa a “The Listener” e riportata integralmente a pag. 487 del volume 11 (Psicologia e Religione) [2] della sua monumentale opera in 24 volumi edita da Bollati Boringhierri, una volta per tutte che:

Nell’intervista non ho detto ‘Esiste un Dio’, ma ‘Non ho bisogno di credere in Dio, io so’  Questo non vuol dire ‘So che esiste un Dio determinato (Zeus, Yhwh, Allah, il Dio trinitario, ecc.)’,  ma piuttosto ‘So che sono palesemente confrontato con un fattore in sé sconosciuto e che chiamo Dio in consensu omnium (quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditur [sempre, dovunque, da tutti creduto])” In buona sostanza siamo in pieno clima di fisica quantistica e di Teoria del Tutto.

Continua nella stessa lettera sostenendo che:

“Dio è un nome adatto per tutte le emozioni travolgenti che si manifestano nel mio proprio sistema psichico, che dominano la mia volontà conscia  e che si impadroniscono del mio autocontrollo. Con questo nome indico tutto ciò che  cancella violentemente e senza riguardo la via da me tracciata, che sconvolge tutte le mie concezioni, intenzioni e piani soggettivi ed interferisce in modo decisivo sul corso della mia vita, sia per il bene sia per il male.  Secondo la tradizione, chiamo Dio la potenza fatale nel suo aspetto positivo come in quello negativo, e in quanto essa si trova, quale origine di quei suoi aspetti, al di fuori del mio controllo.”

Infine, sul finire della lettera confessa che:

Considererei tuttavia una scorrettezza intellettuale cullarmi nella credenza che il mio concetto di Dio coincida con l’universale metafisico Sommo Bene del Credo o delle filosofie.  Sono lontano dall’ipostatizzare questa potenza e dal permettermi   definizioni del tipo ‘Dio può essere soltanto buono’.  Di buono o cattivo non può esservi che la mia esperienza…So di un Dio al di là del bene e del male che è altrettanto in me quanto in ogni luogo al di fuori di me…..”  [Dio è un circolo il cui centro è ovunque, ma la circonferenza in nessun luogo] (Mandala).

A questo punto parlerei, appunto, di vibrazione. (Gioacchino Nicotri, Yeshu’a, Simbolo di un processo energetico universale) [3]

Tale definizione,  peraltro,  viene anticipata dallo stesso  a pag. 61 dello stesso saggio, quando appunto dichiara che Dio è un’immagine intellettuale il cui centro è dovunque e la circonferenza in nessun luogo” e qui richiama Platone nel Timeo (anima mundi). In poche parole e con un linguaggio psicoanalitico junghiano, sembra di capire che la sua idea del divino coincida con la sommatoria dei “Sé” individuali, cioè con il  Sé universale.

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Il grande psicoanalista ginevrino, oltre che occuparsi  di ricerche e studi molto attenti per poter tentare di definire la cosiddetta “idea del divino”,  analizzò anche il fenomeno della cosiddetta assunzione in cielo di Maria con corpo ed anima, in quanto in essa trovava un riscatto del femminile nei confronti del  maschile.  In buona sostanza cosa era successo per gratificare lo scienziato? Semplicemente un accadimento che ha visto in data 01/11/1950 il pontefice in carica, Pio XII, emettere  un provvedimento, che rappresenta costituzione dogmatica, dal titolo “Munificentissimus Deus” con cui ha disposto la glorificazione di Maria con l’assunzione al cielo in anima e corpo.  Ecco la parte più significativa:

Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”.

In buona sostanza un uomo, seppur pontefice, non autorizzato da alcuna autorità, risulterebbe sedicente portavoce di una divinità.   

Ebbene, Jung commentò la proclamazione del dogma dell’assunzione di Maria da parte di papa Pio XII  come un fatto positivo; egli  rimase da tale evento talmente  impressionato, che lo definì addirittura “l’evento più rilevante della storia del cristianesimo dai tempi della riforma”; definì tale proclamazione “petra scandali  per una mente priva di sensibilità psicologica”, affermando che tuttavia “il metodo che il Papa adopera per dimostrare la verità del dogma ha senso per la mente psicologica”.

In verità Jung aveva esplorato in particolare anche il dogma della Immacolata concezione, il cui autore è stato Pio IX nel 1854, e l’importanza data dalla Chiesa cattolica alla figura mistica rappresentata dalla Madonna. Nel nuovo dogma Jung apprezzava in particolare l’estensione simbolica della Trinità a una Quaternità, che apriva finalmente il cristianesimo alla dimensione sacra del femminile e, quindi, alla totalità.  Quasi a voler riunificare i due elementi (maschio e femmina) costituenti l’archetipo mitologico originario dell’essere androgino universale; androgino che, avendo subito la scissione dei suoi elementi, ha  dato origine al noto complesso della separazione/solitudine.

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Jung, da quel grande studioso che era, come anticipato prima, associò l’idea del divino con il Mandala.  Egli  scrisse quattro saggi sull’argomento in questione, disquisendo sui disegni rituali buddisti e induisti, dopo averli studiati per oltre venti anni. Secondo Jung, durante i periodi di tensione psichica, figure mandaliche possono apparire spontaneamente nei sogni per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore. Il simbolo del mandala, quindi, non è solo un’affascinante forma d’arte espressiva ma, agendo a ritroso, esercita anche un’azione sull’autore del disegno perché in questo simbolo si nasconde un effetto magico molto antico: l’immagine ha lo scopo di tracciare un magico solco intorno al centro, un recinto sacro della personalità più intima, un cerchio protettivo che evita la “dispersione” e tiene lontane le preoccupazioni provocate dall’esterno; oltre a operare al fine di restaurare un ordinamento precedentemente in vigore, un mandala persegue anche la finalità creativa di dare espressione e forma a qualcosa che tuttora non esiste, a qualcosa di nuovo e di unico.

Come afferma  Marie-Louise Von Franz  (allieva e poi collaboratrice di Jung), il secondo aspetto è ancora più importante del primo, ma non lo contraddice poiché, nella maggior parte dei casi, ciò che vale a restaurare il vecchio ordine, comporta simultaneamente qualche nuovo elemento creativo. 

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Collegandosi a ciò, Jung, a partire dagli anni quaranta, si occupò anche di un fenomeno nuovo per quel momento storico, che s’intensificava sempre di più, soprattutto dalla fine della seconda guerra mondiale. Si trattava degli “oggetti volanti non identificati” di cui  Jung, che  leggeva tutto ciò che veniva pubblicato in merito, nei suoi scritti si occupò più volte e tre anni prima di morire, nel 1958, pubblicò un saggio dal titolo Un mito moderno. Le cose che si vedono in cielo  [4], che può esser visto come una puntuale interpretazione psicologica del fenomeno, ma anche come una ricapitolazione essenziale delle sue principali idee sulla psiche, e insieme come un messaggio – uno degli ultimi – in cui trovano posto le speranze e i timori che egli nutriva sul futuro dell’umanità.   Si occupò anche di fisica quantistica. Noti sono, infatti, i suoi dialoghi epistolari scambiati con il fisico quantistico Wolfgang Pauli [5]. Per Jung la coscienza del nostro tempo è lacerata, frammentata da un contrasto politico, sociale, filosofico e religioso di eccezionali dimensioni. L’Io si è troppo allontanato dalle sue radici inconsce; le “meraviglie” della scienza e della tecnica sembrano volgersi in forze distruttive. I dischi volanti rappresentano visioni, oggettivazioni fantastiche di un inconscio troppo duramente represso. Tra le varie ipotesi è dunque “un archetipo a provocare una determinata visione”. Jung considera con distacco e ironia l’esistenza degli UFO come fenomeno fisico, sebbene nell’ultima parte del suo saggio egli sembri disposto a dare un certo credito alla loro esistenza, per introdurre cautamente l’ipotesi che esista una sincronicità tra inconscio e fenomeno reale.

Nel 1944 Carl Gustav Jung  vive l’esperienza  pre-morte causata da  un grave infarto miocardico. L’esperienza vissuta dallo scienziato è la stessa di quella vissuta da tutti coloro che affrontano il coma e riescono a risvegliarsi.  È la stessa  fatta vivere sperimentalmente ad un gruppo di 13 volontari  all’Imperial College di Londra, sottoposti all’azione di  una potente sostanza psicodislettica (DMT,  Dimetiltriptammina). Jung descrisse tale esperienza nel suo Ricordi, sogni, riflessioni [6]. In tale scritto confida che:

Quel che viene dopo la morte è qualcosa di uno splendore talmente indicibile, che la nostra immaginazione e la nostra sensibilità non potrebbero concepire nemmeno approssimativamente… Prima o poi, i morti diventeranno un tutt’uno con noi; ma, nella realtà attuale, sappiamo poco o nulla di quel modo d’essere. Cosa sapremo di questa terra, dopo la morte? La dissoluzione della nostra forma temporanea nell’eternità non comporta una perdita di significato: piuttosto, ci sentiremo tutti membri di un unico corpo”.

Tali  esperienze, tradotte con codici interpretativi della nostra corteccia cerebrale, codici che tipizzano la nostra cultura, accomunano i risvegli successivi a stati di coma e di delirio allucinatorio,  provocato da droga, o a stati di meditazione.  Sembra la prova provata delle teorie quantistiche dell’esistenza, della Teoria del Tutto.

 

Gioacchino Nicotri

[1] Carl Gustav Jung – Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Opere vol. 9, Bollati Boringhieri, 1976

[2] Carl Gustav Jung – Psicologia e Religione, Opere vol. 11, Bollati Boringhieri, 1979

[3] Gioacchino Nicotri – Yeshu’a, Simbolo di un processo energetico universale, Forma Mentis, 2020

[4] Carl Gustav Jung – Un mito moderno. Le cose che si vedono in cielo, Bollati Boringhieri, 2004

[5] C.G.Jung e W. Pauli  –  L’incontro tra psiche e materia, Manetti e Vitali, 2016

[6] Carl Gustav Jung – Ricordi, sogni, riflessioni, BUR Rizzoli, 2012    

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