Tolkien, il Creatore di Mondi

Articolo di Rossana Carne

“Tre anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende, sette ai Principi dei Nani nelle loro rocche di pietra, nove agli uomini mortali che la triste morte attende, uno per l’oscuro Sire chiuso nella Reggia Tetra nella Terra di Mordor dove l’ombra nera scende. Un anello per domarli, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nell’oscurità incatenarli…”

Da sempre gli esseri umani si dilettano a raccontare storie, celebrano così le origini del loro mondo e dei loro popoli dando vita agli Dei venerati e agli eroi protagonisti di grandi battaglie; basti pensare alle gesta di Rama o agli inganni di Ulisse. Nel XX secolo, però, una di queste storie riscuote un successo a dir poco straordinario che nacque inizialmente come storia per bambini divisa in due libri e che andava a costituire un racconto epico di oltre mille pagine, stiamo parlando de: Lo Hobbit e del Signore degli Anelli.

Attraverso queste storie generazioni di lettori hanno seguito i passi di Bilbo, di Frodo e di Gandalf attraverso i paesaggi mozzafiato della famigerata Terra di Mezzo, cioè un universo immaginario e parallelo caratterizzato dalla sua storia, la sua geografia, le sue creature mitologiche e razze differenti ognuna delle quali avente una propria lingua, usi e costumi.

Ma perché quest’opera unica per il suo tempo ha avuto una risonanza globale catturando l’attenzione di milioni di persone?

Innanzi tutto si tratta di un tipo di racconto tipicamente umano ed universale, un testo che si spinge oltre qualsiasi determinata cultura e va al di là di qualsiasi credo religioso e pur essendo umana, ha la particolarità di contestualizzare l’essere umano ed inserirlo in un contesto mitologico che risulta, come già spiegato in diversi altri articoli, universalmente accettato e comprensibile su tutto il globo. Molti leggono questi testi, ed in particolare il Signore degli Anelli, come se fossero la bibbia, molti invece si ritrovano immersi in quelle pagine mentre viaggiano in treno perché si riaccende quella gamma di emozioni autentiche presenti nel profondo di ognuno di noi.

All’inizio del XXI secolo queste storie iniziano anche ad ispirare grandi registi divenendo film dal successo planetario, ma paradossalmente, quest’epopea ricca di veemenza è stata scritta da un uomo tranquillo, John Ronald Reuel Tolkien, un professore britannico la cui vita è stata di gran lunga meno avventurosa dei suoi personaggi, ma per capire da dove abbiano tratto origine le sue storie bisogna fare un passo indietro agli anni ‘30 del ‘900, quando un evento inaspettato irruppe nella sua routine quotidiana.

Il vero inizio, infatti, arriva in una torrida giornata estiva, mentre il Professor Tolkien era intendo a correggere dei compiti che aveva assegnato ai suoi studenti. Stanco di dover stare chiuso in casa decise di prendere un altro foglio per immergersi noiosamente in un’altra lettura, ma immediatamente si accorse che quella pagina era bianca, cosa che lo ripagava di tutte le fatiche di quella lunga e caldissima giornata. Immediatamente il suo animo ritrovò la scintilla della felicità ed automaticamente si trovò a scrivere proprio su quella pagina bianca:

“In un buco della terra viveva uno Hobbit…”

Così, da un semplice mondo inventato dal nulla il Professor Tolkien crea una nuova razza ovvero gli Hobbit, un popolo pacifico di esseri minuti, dotati di piedi pelosi che vivono in comode case sottoterra nella rigogliosa Contea. Insieme a questi piccoli personaggi in tutto e per tutto simili agli uomini, a parte la statura, coesistevano tutta una serie di altre etnie che avrebbero da quel momento abitato il mondo di Arda. Una di queste etnie è rappresentata dallo stregone Gandalf che nel libro dello Hobbit, manda Bilbo in missione con un gruppo di Nani alla conquista di un tesoro tenuto sotto stretta sorveglianza da un enorme drago sputafuoco. Il viaggio, però, condurrà il protagonista alla scoperta di un mondo enorme, popolato da creature straordinarie e durante il suo cammino si imbatterà in incredibili avventure che, alla fine, lo faranno crescere spiritualmente e lo renderanno l’Eroe del racconto con la stessa accezione che Vladimir Propp propose con il suo studio sulle fiabe russe.

I bambini che leggono lo Hobbit, infatti, si identificano inevitabilmente con questi piccoli eroi, mentre gli adulti rivedono in loro i bambini che erano un tempo; senz’ombra di dubbio, inoltre, Bilbo rappresenta la personificazione dello stesso Professor Tolkien che ha ammesso senza problemi il suo apprezzamento per i piccoli piaceri della vita.

“In realtà sono uno Hobbit in tutto tranne che nella statura …”

 Nei giardini botanici di Oxford c’è un albero di pino nero, il preferito di Tolkien, le cui ramificazioni gli ricordano la struttura degli idiomi, dei miti e delle favole, ovvero le più nobili produzioni dello spirito umano e che spesso venne ammirato a lungo dal Professore che proprio in quei luoghi insegna Letteratura e Lingua Anglosassoni. Già nelle sue lezioni, Tolkien era solito stupire i suoi studenti con la recitazione di alcuni antichi poemi anglosassoni come il Beowulf, ricco di eroi e di creature straordinarie, ma soprattutto scritto in inglese antico, mentre nella tranquillità della sua casa si immergeva in mondi straordinari e creava per i suoi figli storie uniche e fuori dal comune, ma che si rifacevano tutte ad antiche leggende in cui la sua prole poteva ritrovarsi e riscoprire le loro origini.

Nell’intimità del suo focolare, infatti, il Professor Tolkien trovò un modo per preservare quell’innocenza e quell’incanto associati solitamente all’infanzia, ecco perché lo Hobbit è prima di tutto una favola della buona notte, inventata episodio dopo episodio ed illustrata dallo stesso autore ancor prima che venisse completata.

Questo testo però venne lasciato da parte per molti anni perché il Professore voleva soffermarsi prima di tutto sul completamento di alcune mappe e fu solo negli anni ‘30 che il testo cominciò a prendere forma, tanto che venne infine pubblicato nel 1937 grazie ad un ex studente di Tolkien che al tempo lavorava per una casa editrice. Il libro divenne immediatamente un successo immediato tanto che la stessa casa editrice si ritrovò letteralmente sommersa da lettere di persone che chiedevano a gran voce un seguito, ma prima di arrivare al sequel, il Professor Tolkien vide la possibilità di pubblicare un progetto a cui stava lavorando da ormai vent’anni, ovvero quello di un ciclo di leggende che narrano dalla sua genesi la storia del mondo di Arda e della Terra di Mezzo: bozze, schizzi, acquerelli, poesie e storie incomplete revisionate e riscritte appositamente per creare questo mondo in costante evoluzione e che vedranno la luce solo dopo la morte del Professor Tolkien e soprattutto grazie al terzo figlio, Christopher, che metterà mano agli scritti del padre e creerà l’ordine necessario per la pubblicazione del Silmarillion, pubblicato nel 1977.

Quando il Professor Tolkien propose negli anni ‘30 il Silmarillion, infatti, le case editrici lo rifiutarono perché i lettori si aspettavano un seguito de Lo Hobbit e molti paragonarono quel mito ben definito alla Bibbia:

“Nel Principio Eru che è l’Uno, in lingua elfica Iluvatar, creò gli Ainur dalla propria mente e gli Ainur intonarono una grande musica al suo cospetto. In tale musica il mondo ebbe inizio poiché Iluvatar rese visibile il canto degli Ainur e costoro lo videro quale una luce nel buio…”

Così nel 1938, quando il Professor Tolkien mise da parte il suo lavoro accademico, si dedicò completamente alla stesura de Il Signore Degli Anelli che lo impegnerà per diversi anni alcuni dei quali tristemente dolorosi per la realtà europea, coinvolta nella II Guerra Mondiale.

Oltre ad avere il ruolo di primo lettore, infatti, il figlio Christopher assistette il padre mentre disegnava e realizzava le mappe della Terra di Mezzo, ma nell’estate del 1943 all’età di diciotto anni il ragazzo decise di arruolarsi nella Royal Air Force e venne mandato in Sud Africa, seguono quindi innumerevoli scambi epistolari tra i due, ma alla fine il libro venne pubblicato in tre volumi nel 1954-55 e vennero accolti positivamente anche dalla critica, sebbene alcuni esponenti del mondo politico dell’epoca iniziarono ad utilizzarli come deterrente per politiche razziali.

Dopo dieci anni, però, il successo del testo non si fermò tanto che venne pubblicato anche negli Stati Uniti ottenendo un enorme successo specialmente tra i giovani hippy che lo utilizzarono come eco volto a rendere il mondo un posto migliore, libero dalle forze oscure che minacciavano di soffocarli.

Durante l’anno di ricerca sulle lingue antiche il Professor Tolkien studia accuratamente le saghe norrene: l’Edda islandese, la saga dei Nibelunghi, il Kalevala finlandese … memorie di un tempo quando l’Europa era ancora pagana ed i miti avevano appena iniziato a svanire, tutti testi da cui prese grande ispirazione per i suoi scritti. Per apprezzare i suoi testi, infatti, non serve essere esperti di cultura germanica, poiché essi sono immersi in un contesto medievale che è già proprio delle nostre origini sebbene lo abbiamo dimenticato.

TOLKIEN L’UOMO:

Nato nel 1892 nel mezzo della trasformazione politica ed economica europea, Tolkien ha ereditato la passione per i miti e le antiche leggende dal padre, morto prematuramente ed iniziò ad appassionarsi alla lettura attraverso gli scritti di Andrew Lang ed in particolare “La Fata Rossa”, testo noto per la presenza di creature straordinarie come fate, streghe e principesse in cui non è difficile trovare una vecchia leggenda norrena che narra le gesta di Sigurd e del drago, fonte primaria che alimenterà poi la saga dei Nibelunghi. Nel XIX secolo tutta l’Europa, inoltre, inizia ad utilizzare le leggende medievali per forgiare una nuova ed unica identità nazionale e l’Inghilterra, in particolare, riscopre la passione per le leggende di Re Artù ed i cavalieri della tavola rotonda usato come glorificazione della monarchia britannica e come veicolo dei valori della società vittori

ana. All’opposto, il socialista utopico William Morris vuole riportare in vita un medioevo idealizzato, distante dalle ineguaglianze prodotte dalla rivoluzione industriale che, grazie al movimento dei pre-Raffaelliti, auspica il poter tornare alla tipica ed antica estetica italiana e proprio i suoi scritti e le sue illustrazioni saranno fonte d’ispirazione per Tolkien e la Contea, in particolare, fu la presa di coscienza dello scrittore circa quanto lo circondava, anche dal punto di vista letterario.

Nel 1896 Mabel Tolkien ed i suoi figli tra cui John Ronald di soli 3 anni si trasferirono in una zona di campagna, mentre il marito Arthur Tolkien rimase in Sud Africa per questioni di lavoro. Purtroppo, però, l’uomo morirà lì e Mabel decise di prendersi cura dei suoi figli a 360°, insegnando loro a leggere e contare sia in francese che in latino ritirandoli dalla scuola e facendoli vivere in un contesto di campagna e foreste che continuavano ad alimentare la fantasia e la sete di avventure del piccolo John, ma il vero cambiamento arrivò solo nel 1900 quando Mabel Tolkien decise di convertirsi al cattolicesimo e si ritrovò immediatamente sola e rinnegata da tutta la sua famiglia che la costrinsero, infine, ad abbandonare quel luogo incantato per trasferirsi a Birmingham nel pieno dell’industrializzazione. Proprio in quella città così diversa dal suo paese natio, John Ronald inizia a notare delle scritte sui camion di carbone per lui incomprensibili arrivando a scoprire l’esistenza del Gallese e capisce che a una dozzina di chilometri da lì si parlano altre lingue foneticamente misteriose. Proprio grazie a questo primo approccio, il giovane Tolkien decide di immergersi nello studio della filologia per divenire poi ciò che era nato per diventare: il Creatore di Mondi.

Sono proprio gli anni del College che soddisfano la passione di Tolkien per lingue antiche, draghi e creature straordinarie e presto creerà una propria lingua che diventerà sempre più complessa ovvero il Quenya, un linguaggio non comprensibile basato però su principi filologici autentici, su strutture grammaticali reali proprio come nel caso delle lingue umane di tutto il mondo, ma che aveva la particolarità di poter essere creata con suoni gradevoli al suo stesso orecchio.

Il 9 novembre del 1904 Mabel Tolkien muore a 34 anni a causa di un diabete malcurato e questo spinge il giovane Tolkien, che all’epoca aveva solo 12 anni, a trasferirsi in una pensione dove cinque anni più tardi incontra Edith, di poco più vecchia di lui, orfana e di cui si innamora perdutamente facendone la sua musa.

Proprio Edith, infatti, diventa la modella per il personaggio di Luthien, l’eroina elfica del Silmarillion:

“Si narra che Beren aggirandosi d’estate nei boschi di Neldoreth, si imbatté in Luthien figlia di Tingol e Melian ed era di sera nel momento in cui la luna saliva in cielo e Luthien danzava sull’erba sempre verde nelle radure. Ecco quindi che il ricordo di tutte le sue sofferenze abbandonò Beren ed egli cadde in preda ad un incantesimo, poiché Luthien era la più bella di tutti i figli di Iluvatar. Azzurro era il suo abito come il cielo senza nubi, ma grigi i suoi occhi come la sera stellata, il suo mantello era contesto di fiori dorati, ma i capelli erano scuri come l’ombra che resta sulle foglie degli alberi…”

Questi anni di grande creatività, però, dovettero necessariamente scontrarsi con il grande sconvolgimento politico e militare della I Guerra Mondiale a cui Tolkien prese parte arruolandosi nel reggimento inglese nel reparto di radiotrasmissione e prese parte alla guerra di Som, da cui uscì illeso fisicamente, ma provato mentalmente a causa della febbre da trincea che lo costrinse a letto per diverso tempo e spesso lontano dalla sua amata Edith divenuta nel frattempo sua moglie. Gli orrori traumatici di quella guerra spingono Tolkien a rifugiarsi sempre di più nel suo mondo immaginario e sfrutta quei mesi di inattività per scrivere capitoli e capitoli interi delle sue storie e delle sue leggende medievali utilizzando quelle lingue da lui create che passarono, come nel caso delle lingue umane, da uno stile antico ad uno moderno ed andando a creare anche le storie dei popoli che parlavano quegli idiomi sconosciuti, ma basati su strutture reali.

Quella della Terra di Mezzo, infatti, non è solo una raccolta di storie come la maggior parte delle persone immagina poiché si tratta di un vero e proprio mondo che esisteva al di là di quelle pagine, che veniva descritto anche grazie a delle appendici accuratamente scritte e documentate in cui troviamo, ad esempio, cronologie, linguaggi e genealogie che andarono a costituire un mondo parallelo vasto e coerente che sembrava tanto completo e denso come lo è il mondo reale.

IL MONDO DI TOLKIEN:

Se l’opera di Tolkien è la causa dell’escapismo in mondi immaginari, questa serve anche da modello essenziale per le cosiddette realtà alternative come quelle che videro coinvolti molti ragazzi degli anni ‘70 impegnati a giocare al mitico Dungeons and Dragons e proprio nel XXI secolo, le possibilità offerte dalla creazione dei mondi Tolkien invadono la cultura di massa attraverso mondi persistenti dove il tutto avviene in tempo reale.

L’opera di Tolkien, infatti, vive attraverso una serie infinita di interpretazioni della comunità di lettori, attraverso i giocatori ed il pubblico cinematografico che, sentendosi parte della Terra di Mezzo, altro non fanno se non rendere reale quel mondo fantastico edificato sui Miti di tempi immemori e che, a sua volta, è riuscito a guadagnarsi lo status di mito e di imprescindibile elemento culturale.

Il profondo amore che Tolkien ha per il suo paese e la volontà di omaggiare i grandi miti norreni lascia aperte numerose interpretazioni sia alle sue opere sia ai suoi mondi che spesso vengono messi a confronto, ma ciò non lo ha reso immune da alcuni accostamenti di tipo fanatico. Le sue opere, infatti, vennero riprese più volte da esponenti de mondo politico, ed in particolare dai neo nazisti, per mostrare come anche nella Terra di Mezzo ci sia una netta separazione tra le razze ritenute superiori rispetto a quelle ritenute inferiori e come il principio cardine di questi scritti fosse la supremazia dell’uomo bianco civilizzato.

Ciò che questi gruppi di fanatici non hanno tenuto in considerazione, però, è il periodo storico e culturale in cui visse il Professor Tolkien ovvero un periodo in cui erano presenti precise posizioni sociali sia per gli uomini sia per le donne, un mondo in cui la gente dell’ovest era considerata superiore, mentre gli altri esistevano anche se lasciati all’immaginazione.

Con la creazione di questo mondo, Tolkien sogna di poter restituire all’Inghilterra parte di ciò che andò perduto con la conquista normanna del 1066 e proprio il profondo sentimento di perdita di un antico passato invade la sua opera e la sua stessa vita, andando poi a costituire con la sua profonda fede cattolica e solide basi filologiche e storiche il mondo di Arda.

Fin dal nome scelto per la sua nuova terra, infatti, troviamo chiari riferimenti alla mitologia norrena e alla tradizione nordica dell’Europa, Arda infatti è un termine che deriva da una radice norrena il cui significato è strettamente legato alla terra e che ancora oggi viene utilizzato in parole come Earth; anche il luogo all’intero del quale si svolgono tutte le vicende de Signore degli Anelli ovvero la Terra di Mezzo porta con sé un retaggio dell’antica concezione pagana, infatti, già analizzando il suo stesso nome, Middle Earth, non possiamo non notare la somiglianza con la mitologica Midgard, la terra degli uomini venutasi a costituire con le sopracciglia del Gigante Yimir dell’universo di Odino e del mondo scandinavo, il luogo posto al centro dell’universo norreno e dell’albero del mondo.

La Terra di Mezzo, inoltre, ci risulta essere popolata da razze e popoli notevolmente diversi tra loro e che, con il passare del tempo, sono divenuti gli archetipi di tutta la letteratura fantastica come gli elfi, i nani, gli orchi ecc. Ma queste creature non sono una pura e semplice invenzione tolkeniana, in quanto è già possibile trovarli all’interno della tradizione norrena:

– I nani, per esempio, sono esattamente gli stessi presenti nelle antiche leggende del nord, esseri robusti, bassi, con grandi e maestose barbe ed amanti di grandi tesori e ricchezze ecco perché erano soliti abitare sottoterra. Secondo i norreni questo popolo venne generato da alcuni serpenti fuoriusciti dal corpo in decomposizione del povero e disgraziato Yimir e solo a quel punto Odino e i suoi fratelli decisero di dare loro una forma simile agli uomini per poi relegarli nelle profondità delle montagne, mentre solo quattro di loro vennero portati in superficie ai quattro angoli della terra con il compito di sorreggere la volta del cielo. Tolkien, invece, pur prendendo ispirazione dall’Edda poetica delle antiche tradizioni, rende i Nani un popolo valoroso, certamente attratto dalla ricchezza presente nelle profondità della terra, ma in ogni caso un popolo mosso da profondi sentimenti e caratterizzato da una forte unione spesso in grado di superare le distanze tra razze, basti pensare all’amicizia che alla fine legherà Torin scudo di quercia a Bilbo;

– Gandalf, lo stregone grigio che stando alla tradizione nordica altro non sarebbe se non il nome di un nano che in antico norreno significava “Elfo Incantatore”, rappresenta l’eroe in divenire. Una scena che senza dubbio è rimasta impressa a moltissime persone è quella della caduta nell’abisso dello stregone insieme al demone di fuoco Balrog, creatura malefica risvegliata dalle viscere della montagna. Questa scena, seppur in un primo momento vissuta con sgomento, in realtà si rifà all’antica tradizione nordica che veicola un cambio di posizione e di stato. Gandalf, infatti, non è un semplice cavaliere, ma è uno stregone potente e sapiente nell’arte della magia al pari dei druidi celtici e la sua caduta dal ponte di Khazad-Dum rappresenta il momento in cui resterà sospeso tra la vita e la morte fino ad assumere una forma del tutto nuova: da stregone grigio, Gandalf diviene lo stregone bianco subendo una vera e propria trasfigurazione che, nel testo, Tolkien presenta come quella del Cristo che riappare nella luce agli occhi di tre apostoli e di fatti, lo stregone ricompare in seguito circondato da una luce abbagliante agli occhi di Aragorn, Legolas e Gimli.

– Gli Elfi erano creature luminose e abili oltre che possessori di un sapere antichissimo che risale all’inizio dei tempi quando ancora gli Ainur girovagavano sulla Terra. All’interno del panorama norreno queste creature erano ben presenti e chiamate gli esseri di luce che corrispondono perfettamente alle creature dei testi tolkeniani, sebbene non siano le uniche specie presenti nella cosmologia norrena. Infatti, oltre agli elfi della luce troviamo anche i cosiddetti elfi oscuri che Tolkien cita nel Silmarillion, in cui ci vengono descritti come gli abitanti che non poterono mai vedere la luce dei due alberi di Valinor e tra questi troviamo, ad esempio, gli elfi Sindar o grigi e gli elfi silvani. In entrambi i casi, comunque, non si tratta di creature malvagie sebbene non dobbiamo dimenticare che gli orchi, infondo, non sono altro che elfi che sono stai torturati e corrotti dalle insidie di Melkor cioè il primo signore oscuro della terra di Iluvatar. Per la creazione dei suoi elfi, però, Tolkien attinse anche al mondo celtico dove troviamo la conoscenza di uno dei popoli più antichi del mondo che lo scrittore riporta alla luce nel suo libro “I Racconti Perduti” in cui si trovano le maggiori similitudini.

– Impossibile non fare un riferimento anche al mito dell’eterna battaglia tra il bene e il male che, nella mitologia nordica, assume un carattere cosmico e ciclico. Il pantheon norreno, diviso nella stirpe degli Asi e dei Vanir infatti, è spesso in lotta per grandi o futili questioni arrivando a coinvolgere anche i regni minori sia divini che umani, andando ad assumere un carattere completamente diverso dalle battaglie del popolo biblico guidato da Yahweh. Qui, infatti, la battaglia è legata al ciclo cosmico della dualità: vita e morte, luce e tenebre che si rincorrono alternandosi e combattendo fino al crepuscolo, cioè il momento in cui si raggiunge l’apice dello scontro e le divinità soccombono in una guerra totale fino ad arrivare all’annientamento cosmico che non corrisponde alla morte, ma alla rinascita universale, divina ed umana e così senza soluzione di continuità al fine di garantire l’equilibrio stesso del cosmo. Nei testi di Tolkien, sebbene ci sia un chiaro riferimento a questo equilibrio, prevale comunque la battaglia tra bene e male e lo si percepisce non solo all’interno del Signore degli Anelli, ma anche nel Silmarillion all’atto della creazione del mondo da parte di Eru che ci ricorda, sostanzialmente, la genesi biblica e che lascia intravedere la profonda connessione spirituale di Tolkien con la fede cattolica.

– Il tema del concilio è anch’esso caro alla tradizione nordica in cui ci viene tramandato che i grandi Dei erano soliti riunirsi in consiglio per decidere il destino del mondo e degli uomini ed anche Tolkien utilizza questo potente simbolo nei suoi testi, ed in particolare quando le creature più valorose delle varie razze della Terra di Mezzo si ritrovano a Gran Burrone per decidere che cosa fare in merito all’anello del potere.

– Nella mitologia germanica, inoltre, ci sono moltissimi cancelli e porte che delimitano aree differenti e che spesso hanno la funzione di tenere separato il bene dal male e fungono da protezione per gli Dei o gli uomini. Una similitudine utilizzata da Tolkien è quella relativa al cancello di Moria, barriera ostile che ha il compito di allontanare i visitatori e che solo dopo la risoluzione di un indovinello si aprirà alla Compagnia in viaggio verso Mordor.

– La vicenda de Il Signore degli Anelli, inoltre, contempla la razza degli uomini che nell’opera ha dei compiti ben definiti e spesso viene rappresentata con persone valorose e forti condottieri, investiti di quel valore guerresco tipico delle popolazioni germaniche e che poteva essere attribuito anche alle donne. La figura per eccellenza, però, risulta essere quella di Aragorn che incarna in sé almeno tre archetipi del mito fondamentali, ovvero il viandante, il guerriero ed il Re. All’inizio del racconto, infatti, questo giovane uomo è nascosto nei panni di uno sconosciuto ramingo chiamato Granpasso, ma con lo svolgersi delle vicende riprende il suo nome originale per divenire prima un valoroso guerriero ed infine il legittimo Re. Le figure del viandante e del re sono entrambe molto care alla mitologia norrena a cui Tolkien si è nuovamente ispirato per il personaggio di Aragorn che compie un vero e proprio cammino di accettazione che lo vedrà sempre più coinvolto nell’apprendimento di quella scienza superiore che è necessario acquisire e che gli garantirà di ritrovare la sua vera identità. La sua figura regale, inoltre, riflette la concezione tale per cui il sovrano non ha solo una mera funzione di governo, ma è anche una figura sacra e direttamente partecipe della natura divina in quanto incarnata nella sua stessa stirpe.

– Un altro personaggio di rilievo nell’opera di Tolkien per la sua peculiare ambiguità tra bene e male è la creatura chiamata Gollum, il cui riferimento norreno più simile potrebbe essere quello del Dio Loki, diviso anch’egli tra bene e male, malvagio ed ingannevole che si trova spesso prima a proteggere Odino e gli Asi e poi ad architettare angherie ed omicidi ai loro danni. Loki come Gollum, in pratica, incarnano la figura del cosiddetto Trickster che nella mitologia, nella religione e lo studio del folklore simboleggia l’imbroglione vorace e colui che è abile nell’ingannare, caratterizzato da una condotta prettamente amorale. Questa figura, seppur liminale ed ambigua, ha però una sua precisa funzione all’interno del mito in quanto è colui che mette in moto il cambiamento necessario per la risoluzione di una data situazione. Nel caso di Gollum, ad esempio, la sua apparizione è fondamentale per la riuscita dell’impresa anche se il suo ruolo è sempre a metà tra l’aiutare Frodo o il tentare di fargli del male per ottenere l’anello del potere; anche Loki, sempre in bilico nell’aiutare gli Asi o ingannarli, alla fine arriva a compiere l’atto più terribile ovvero l’omicidio di un Dio che lo vedrà poi relegato ed incatenato nelle profondità della terra fino al giorno in cui proprio lui scatenerà il Ragnarok portando al collasso dell’universo e del cosmo interno che, infine, sfocerà nella rinascita.

  • Dobbiamo considerare, infine, i personaggi puramente negativi dell’opera di Tolkien partendo dall’unico esempio di demone vero e proprio, rappresentato dal Balrog ovvero la creatura legata all’elemento del fuoco e relegata nelle profondità delle montagne, dall’aspetto terribile e dalle robuste corna armato, tra l’altro, di una frusta fiammeggiante. La fonte mitologica nordica ci propone una serie di immagini che corrispondono a quella tolkeniana solo parzialmente. Anche i demoni nordici, infatti, hanno un aspetto orrendo, dimorano nelle profondità e nell’oscurità arrivando persino a disturbare i sogni delle persone attraverso il cambio della loro forma, ma in Tolkien questo varia leggermente in quanto Balrog non è in grado di cambiare il suo aspetto ed entrare negli incubi notturni, questa prerogativa viene data agli Spettri neri Nazgul. Questi esseri terrificanti senza una forma precisa, infatti, vengono chiamati gli spettri dell’anello e si tratta di nove esseri senza, appunto, sostanza corporea la cui particolarità sta nel fatto che non hanno ancora conosciuto la morte. Anche gli spettri della mitologia nordica sono deputati a fare del male a qualcuno e sono presenti, in particolare, nella tradizione delle fiabe scandinave dove vengono chiamati Draugr che risultano in tutto e per tutto simili ai Nazgul tolkeniani.

    mappa tolkien

TOLKIEN E LA MODERNITÀ:

“Tra i servi del Nemico che hanno nomi, il massimo era lo spirito che gli Eldar chiamavano Sauron, ovvero Gorthaur il Crudele, che in origine era dei Maiar di Aulë e che continuò ad avere grande parte nella tradizione di quel popolo”

La cosa che più scandalizzava il Professore di quel mondo moderno in cui viveva, era il concetto della macchina vista come coercizione e mezzo volto al dominio che avrebbe condotto l’uomo alla sua stessa distruzione non solo fisica, ma anche creativa in quanto avrebbe tolto alle persone, ad esempio, il desiderio di volare. Inoltre, secondo lo scrittore, la macchina non era altro se non il tentativo dei potenti di trasformare il mondo che sarebbe diventato, infine, una tirannia rappresentata, in termini mitologici nel Signore degli Anelli, da Sauron e dall’unico anello. Il Signore Oscuro, infatti, rappresenta la tentazione senza forma precisa, colui che inganna schiere di popoli per condurli sulla via del male rappresentata, appunto, da una fabbrica di guerra incessantemente impegnata ad operare. Ogni volta che ci vengono proposte immagini inerenti a Mordor o a Sauron, infatti, vediamo le sue legioni costantemente impegnate nella fabbricazione di ogni possibile materiale relativo alla guerra e questo ci riconduce al profondo disappunto che il Professore aveva nei confronti delle macchine e della modernità sfrenata. Sauron, quindi, rappresenta l’incarnazione del male, un essere caduto dalla sua condizione semidivina per divenire pura oscurità e qui è impossibile non notare la profonda influenza che la religione cattolica ha avuto sullo scrittore.

Ad ogni modo, l’intento del Professore fu quello di concedere una certa elasticità interpretativa delle sue opere per rispetto del pensiero dei lettori, ed in questo ambito proprio l’anello è oggetto di diverse interpretazioni più o meno moderniste o spirituali. Qualcuno, per esempio, pensò a questo oggetto come alla metafora dell’energia nucleare e persino a quella della bomba atomica anche se bisogna considerare che il concetto di anello tolkeniano nacque negli anni ’30, mentre la fissione nucleare così come l’atomica emersero solo dal 1945. L’interpretazione più comune, invece, potrebbe essere quella che lega l’anello alla bramosia che porta inevitabilmente alla corruzione ed alla negatività. Secondo l’autore danese Peter Kjaerulff l’anello tolkeniano trova un collegamento con lo stesso oggetto maledetto descritto da Platone in “Repubblica” così come nell’anello dei Nibelunghi di Wagner anche se questo sinonimo venne fortemente smentito dallo stesso Professore. La cosa importante da tenere a mente in questi casi è, innanzitutto, che il topos dell’anello dotato di particolari funzioni è presente in tutte le culture dell’antichità da Oriente ad Occidente, ma soprattutto bisogna sempre tenere a mente il contesto storico e culturale in cui visse l’autore stesso per cercare di comprendere a pieno il possibile significato di un oggetto così importante sul quale si fonda un’intera saga mitologica.

GLI OGGETTI DI TOLKIEN:

Altro elemento che non è possibile escludere dall’analisi dei testi tolkeniani è quello relativo agli oggetti d’arme fortemente presenti durante tutta la narrazione, ma anche nel contesto mitologico nordico in quanto il popolo era caratterizzato da una forte connotazione guerriera volta all’esplorazione di nuovi territori, combattimenti con popoli rivali ecc. In questo contesto la spada è l’arma privilegiata sia nell’antichità sia nelle opere di Tolkien e qui non è possibile non citare la famigerata Anduril, la “fiamma d’occidente”, ovvero la spada di Re Isildur che sconfisse per la prima volta l’oscuro signore e che divenne, con l’arrivo di Aragorn, Narsil la lama spezzata conservata in un mausoleo a Gran Burrone. Nel mito nordico si notano le stesse generali caratteristiche di valore della spada unite a dei poteri magici; di fatti essa è l’arma dell’eccellente guerriero che esprime la sua capacità di agire energicamente, di superare gli ostacoli e di sconfiggere il nemico. Nella letteratura inglese tardo-medievale il valore dell’arma rimane impresso della celebre Excalibur, la mitica arma di Re Artù, forse riconducibile ad un sovrano di origine celtica in lotta contro l’invasione germanica. Oltre questa, però, il Signore degli Anelli presenta una vasta schiera di altre armi anche se non è sempre facile metterle in relazione con i rispettivi personaggi, ma in linea teorica abbiamo: Aragorn con la sua spada, Legolas con l’arco, Gimli con l’ascia e Boromir con il corno di guerra.

Nel mito nordico l’arco è associato ad una divinità della luce ovvero Ullr che dardeggia come fa il Sole con i suoi raggi e propaga luce nel mondo.

Il corno, poi, è un oggetto composto da una componente animale che lo rende sfuggente alla corruzione e quindi detiene un legame fortissimo con l’eternità. Il corno di guerra, in particolare, non ha solo la funzione di richiamo sonoro ma anche di recipiente per liquidi e bevande arrivando ad ottenere, anche da un punto di vista religioso, un ruolo di assoluta importanza in quanto esso è il contenitore del liquido della vita.

L’ascia solitamente viene legata all’immagine del barbaro guerriero come se fosse un oggetto quasi privo di una precisa identità in quanto va spesso a confondersi con il celebre Martello di Thor, ma in realtà, essa rappresenta lo strumento metallico per eccellenza, forgiato simmetricamente rispetto ad un asse centrale che andrà a comporre l’impugnatura.

Tutti questi oggetti presenti sia nei testi tolkeniani sia nei miti vogliono rappresentare una sola cosa, cioè l’unione tra il guerriero e la sua arma che, nel mondo celtico, rappresentava una vera e propria simbiosi tanto che diversi scavi archeologici hanno riportato alla luce sepolture di antichi guerrieri inumati insieme alle loro armi e vestiti di corazze ed elmi.

Il secondo gruppo di oggetti ben presenti sono quelli legati intrinsecamente alla magia anche se, nel Signore degli Anelli, non ne troviamo moltissimi. Il più famoso di tutti risulta essere il bastone che accompagna Gandalf durante tutti i suoi viaggi e che, nel mito, corrisponde alla bacchetta magica, strumento collegato alla simbologia del ramo e del legno in cui scorre la linfa vitale del pianeta e spesso usata anche a scopo divinatorio proprio dalle popolazioni germaniche attraverso la cosiddetta rabdomanzia. Sempre ad uso divinatorio troviamo anche il Palantir, la pietra sferica che permette a Sauron di osservare e restare in contatto con la Terra di Mezzo che, però, non sembra trovare un chiaro riferimento con oggetti di provenienza norrena o germanica.

Troviamo, poi, il fantomatico Anello del Potere, simbolo di ricchezza e archetipo del sigillo destinato a diventare un pegno che lega ad esso diversi soggetti. Nell’opera tolkeniana, tutti gli anelli magici hanno il compito di collaborare per mantenere l’equilibrio cosmico e rendere l’intero creato una sorta di paradiso dove, però, l’unico anello avrà il compito di dominare e sottomettere tutto e tutti sotto il vessillo del caos. La prima cosa che bisogna considerare relativamente agli anelli, che siano essi portatori di bene o di male, è la loro forma che essendo circolare rimanda immediatamente al concetto di perfezione infinita e compiuta in sé stessa, poi non dobbiamo dimenticare il materiale prezioso della forgiatura che vuole indicare un dominio sul tempo e sullo spazio, sullo spirito e sulla materia che rimanda al legame indissolubile tra l’uomo ed il Dio.

GLI ULTIMI ANNI:

Negli ultimi anni di vita il Professor Tolkien iniziò a staccarsi dai miti e dalle leggende reali per concentrarsi sulla struttura metafisica della sua stessa creazione ed in particolare sulla natura degli Elfi, rimanendo completamente intrappolato nei profondi tentativi di rideterminare la natura dell’essere immortale che è ad ogni modo incarnato e possiede un corpo, andando a creare tutta una serie di nuove storie per il Silmarillion che, alla fine, divenne un lavoro troppo lungo e troppo complesso per imporre una spiegazione metafisica precisa.

Elfi e uomini sono solamente due diversi aspetti dell’umanità, e rappresentano il problema della morte così come viene vista da persone finite ma consapevoli e di buona volontà. In questo mondo mitologico elfi e uomini sono affini nelle loro forme incarnate, ma nel rapporto dei loro spiriti con il mondo rappresentano esperimenti diversi, ognuno dei quali ha il suo naturale sviluppo e le sue debolezze.”

Ecco quindi che inizia a palesarsi la componente fondamentale che, forse, il Professore avrebbe voluto indagare negli ultimi anni di vita, ovvero il concetto della morte. Gli Elfi, da un lato, sono i supremi custodi della natura e della terra il cui compito è osservarla, ma sono ancorati ad essa dall’immortalità e dall’invidia che nutrono per gli uomini che, invece, posso compiere un ciclo completo dell’esistenza, ovvero nascere – crescere – invecchiare e morire, ma allo stesso tempo anche loro si trovano incarnati in un corpo umano mosso da sentimenti che li costringono a non poter raggiungere la meta definitiva sebbene possano assaporare la prospettiva eterna. In questo senso, forse, gli elfi tolkeniani potrebbero essere paragonati agli spiriti imperituri preposti alla memoria e alla conservazione dei luoghi, ma vedendola dal punto di vista cattolico, essi potrebbero essere paragonati persino a degli angeli come Legolas lo è per Aragorn. L’Elfo silvano, infatti, appare agli occhi del lettore e dello spettatore come una figura semidivina, eterea e nettamente superiore rispetto alle esigenze delle altre creature della Terra di Mezzo, ma egli è anche un abile consigliere oltre che compagno d’arme ed amico fidato del futuro Re, colui che ha il compito di aiutarlo e guidarlo attraverso la “selva oscura” del suo animo affinché riscopra sé stesso e che, alla fine, parte verso le terre di Valinor dove troverà eterna pace.

Sicuramente per Tolkien non fu semplice mettere insieme i pezzi di un lavoro iniziato quando aveva solo 10 anni, ma la determinazione metafisica di questo popolo straordinario ha avuto un ruolo determinante nei suoi ultimi momenti anche se, purtroppo, non riuscirà mai a produrre una versione pubblicabile del Silmarillion in vita.

Il suo nome, oggi, è noto al mondo tanto da avere intere legioni di ammiratori, ma il suo più grande lavoro leggendario rimarrà, purtroppo, incompiuto. La scrittura, quindi, fu un rifugio per John Ronald Reuel Tolkien, un santuario spirituale dove poté fuggire dal dolore del mondo reale costruendone uno proprio attraverso il potere evocativo della parola.

BIBLIOGRAFIA:

La falce spezzata. Morte e immortalità in Tolkien, Marietti 1820, Genova-Milano, 2009

C’era una volta… Lo Hobbit – alle origini del Signore degli Anelli, Marietti 1820, Genova-Milano, 2012

Paolo Gulisano, Tolkien: il mito e la grazia, Ancora, 2014 (ed. ampliata)

Le immagini sono tratte da google

https://www.studenti.it/j-r-r-tolkien-biografia-libri-signore-degli-anelli.html

https://www.jrrtolkien.it/

 

   

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